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Giuseppe Coco
Dir. Rivista AUR&S   
 
 
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Le regioni in altalena

Capire dove sono cambiate e dove stanno cambiando le Regioni non è un’operazione facile. Popper ci ha insegnato che la scienza non è un sistema di asserzioni certe stabilite una volta per tutte, come non è neppure un sistema che avanza verso uno stato definitivo e incontrovertibile. Il filosofo austriaco ci ha insegnato che la scienza e gli scienziati non possono pretendere di avere la certezza della ragione.
L’attualità ci dice che negli ultimi anni le Regioni hanno giocato un ruolo meno strategico di quello che ci si sarebbe potuti aspettare all’inizio degli anni Duemila, quando in molti erano convinti che il volto bello, nuovo e fresco dell’assetto statale poteva e doveva essere rappresentato dalle Entità regionali.
Con gli anni della crisi, senza una vera riflessione sull’argomento, le azioni dei governi che si sono succeduti hanno tolto ossigeno e spazio alle Regioni. Si è preferito di più puntare su una dimensione neocentralista del Paese, anche a costo di sembrare non in sintonia rispetto agli obiettivi base dell’Unione Europea (l’Europa delle Regioni). Sta di fatto, però, che la consacrazione ufficiale e formale di un nuovo centralismo non c’è stata in quanto, il 4 dicembre 2016, la maggioranza degli italiani ha in modo inequivocabile respinto la proposta di riforma costituzionale Renzi-Boschi, che conteneva un sostanziale spostamento di molte funzioni dalla periferia al centro. La virata verso un neocentralismo, dove sia il controllo delle risorse finanziarie pubbliche e sia le competenze legislative venivano principalmente detenute dallo stato centrale, è sfumata lasciando sulla scena la precedente riforma del
Titolo V del 2001 che, come ben sappiamo, rappresentava il primo passo per uno “Stato a trazione regionale”.
Nelle pagine che seguono daremo uno sguardo, seppur sintetico, alla trasformazione del regionalismo italiano dal 1990 ai nostri giorni, con il grande dubbio finale di cosa ne rimanga realmente sul tappeto dopo il referendum di dicembre.

Il regionalismo italiano tra il 1990 e il 2016
Prima degli anni Settanta si parlava di regionalismo senza regioni; nel periodo compreso tra il 1970 e il 1990 di Regioni senza regionalismo e bisogna aspettare il 1990 per avere un’inversione di tendenza dove le Regioni hanno via via conquistato un ruolo sempre più importante.
La storia delle istituzioni ci dice che all’inizio degli anni Novanta prese il via un vero e proprio processo di devoluzione a Costituzione invariata: in particolare con la legge n. 59 del 1997 e con il Dlgs n. 112 del 1998. Detto in altri termini si avviò un vero e proprio federalismo amministrativo.

Da questo momento, la questione regionale monopolizzerà il dibattito nazionale tanto che la stagione riformatrice avviata con le leggi Bassanini porterà all’approvazione - in un clima molto controverso - delle ben note leggi costituzionali n. 1 del 1999 e n. 3 del 2001, le quali, introducendo significativi elementi di novità per il regionalismo italiano, hanno ridisegnato secondo una più pregnante logica autonomistica l’assetto dei rapporti Stato-Regioni.

Era il periodo dell’avanzata della globalizzazione e del Trattato di Maastricht, che ponevano problematiche nuove incoraggiando un riassetto istituzionale attraverso un forte impulso alla diffusione di forme di governo multilivello delle singole aree territoriali.
Nel 2001, con la riforma del Titolo V, ci fu una vera è propria svolta e le Regioni si videro assegnare un ruolo di primissimo piano nel governo dei territori. Il nuovo articolo 117 della Costituzione ampliava, dopo decenni di attese da parte di molti, le competenze legislative regionali e ridisegnava un nuovo equilibrio dei poteri tra Stato e Regioni. Basta un semplice colpo d’occhio al “vecchio” e al “nuovo” testo dell’articolo 117 della Carta per capire che ci fu una svolta profonda nel paradigma istituzionale.
(continua...)

©Agenzia Umbria Ricerche







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