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Giuseppe Coco
Dir. Rivista AUR&S  
 
 
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L’Umbria nelle crisi

Il COVID 19 sta mettendo a dura prova tutte le economie del mondo. Rispetto alle crisi del passato si è difronte a molti elementi di novità. E questo per gli analisti è una complicazione. Ciononostante fare comparazioni di tipo storico può tornare molto utile per provare a mettere a fuoco differenze e similarità.
In quest’ottica l’obiettivo del presente contributo è riflettere sulle due crisi umbre più significative avvenute dopo la seconda guerra mondiale: quella degli anni Cinquanta del Novecento e quella del 2008.

Gli anni Cinquanta: i presupposti di una rinascita
Furono anni che misero a dura prova la regione. Anni di vero e proprio travaglio sociale e decadimento. Si era alle prese, giusto per fare qualche esempio, con una forte riduzione degli occupati nel settore minerario; con abbondanti licenziamenti alle acciaierie di Terni; con un ridimensionamento dell’industria aeronautica di Passignano e Foligno; con un’agricoltura colpita dagli ormai leggendari inverni freddissimi del 1956/57.

Insomma, tanti problemi. Ma in quel momento qualcosa di importante si mise in moto. I principali attori della vita regionale di allora, se pur con distinguo di posizioni, mostrarono una notevole capacità di collaborazione. Questo fu un accadimento nuovo e di grande rilievo.
Alla fine degli anni Cinquanta era ormai matura e condivisa l’idea di un piano organico di sviluppo regionale, figlio di un’attenta riflessione sulla situazione socio-economica dell’Umbria. Riflessione che approdò come tema nazionale finanche in Parlamento: nel 1960 e nel 1966. In particolare, la seduta del febbraio del 1960 la si può considerare come l’atto primo che gettava le fondamenta per la nascita di quella che si rivelò essere una delle primissime esperienze di programmazione regionale in Italia.
In quel clima, sette mesi dopo, su iniziativa delle Amministrazioni delle due Province di Perugia e Terni e delle rispettive Camere di commercio, nonché dell’Associazione per lo sviluppo economico dell’Umbria, venne costituito il “Centro regionale per il piano di sviluppo economico dell’Umbria”. Per intenderci il precursore dell’attuale Agenzia Umbria Ricerche che conserva nella sua biblioteca numerosi materiali dell’epoca.
In pratica negli anni Cinquanta la classe dirigente umbra riuscì a mettere in campo una serie di iniziative volte a studiare, approfondire e capire le ragioni dell’arretratezza regionale. Pur nelle diversità di lettura dei tanti problemi, l’importanza di far nascere un piano unitario di sviluppo economico e sociale trovò tutti concordi. Da qui la storia ebbe un impulso in controtendenza rispetto al passato e nacque quell’attenzione alla programmazione “sul” e “del” territorio.

Il 2008: una crisi alla ricerca della parola fine
Con la crisi del 2008 il sistema socio-economico dell’Umbria è arretrato rispetto alle posizioni conquistate negli anni precedenti. Si sono moltiplicati i fattori di debolezza e aperti nuovi orizzonti di incertezze (si pensi alle vicende dell’ultimo terremoto).
Tutto questo non è stato privo di conseguenze e difatti abbiamo assistito ad un progressivo allontanamento del PIL umbro da quello italiano e un avvicinamento a quello delle regioni meno performanti.
Sotto un profilo analitico la crisi del 2008 ci obbliga a zoomare su fatti recenti e ciò, specialmente quando si fa ricerca, non è mai un’operazione facile. Comunque sia, nonostante le insidie del caso, proviamo a fare un piccolo passo avanti nell’analisi. Passo avanti che non può trascurare un’attenta osservazione del primo lustro della crisi. Ecco, in quella fase per chi scrive, si consumò un “bias” di valutazione collegato a quanto forti fossero diventate le spalle dell’Umbria con gli anni. E sicuramente ci fu una sopravvalutazione riguardante la robustezza delle spalle, come dimostrato dai fatti. Però, e senza voler passare per indulgente, tutto sommato questo era un “bias” che ci poteva anche stare. Perché gli anni precedenti al 2008 avevano messo in mostra aspetti dinamici della regione; una regione che aveva gestito in modo egregio il terremoto del 1997; che si era distinta per una grande capacità di utilizzazione dei Fondi Europei; che aveva portato a livello di eccellenze nazionali il proprio sistema di welfare in generale e la propria sanità in particolare.
In aggiunta a quanto detto, chi scrive ci tiene a sottolineare un altro fatto. Nel post 2008, pur essendo nell’era dell’abbondanza dei dati, fino a quando non ci si è trovati di fronte all’evidenza di essere finiti in una storia complicata e di difficile soluzione, non di rado si è preferito vedere il bicchiere mezzo pieno anche là dove, tanti studiosi e non solo il sottoscritto, di acqua nel bicchiere ne vedevano davvero poca.

Alcune evidenze conclusive
Con la crisi del Cinquanta abbiamo visto una convergenza di intenti della maggior parte dei protagonisti della vita di quegli anni che riuscì ad innalzare i problemi dell’Umbria a questione nazionale. In particolare la seduta parlamentare del 1960 fu un accadimento di grande rilevanza, oltre che una preziosa iniezione di fiducia utilissima per affrontare le difficoltà.
Con la crisi del 2008, al contrario, molte vicende portano a dire che i campanili, di cui l’Umbria è di fatto piena, hanno marciato a ranghi sciolti. E nelle situazioni complicate questo può diventare un grosso elemento di debolezza.
Ritornando all’oggi è evidente che ci troviamo in una situazione inedita. La crisi economica generata dal COVID 19 sta imponendo una spinta al cambiamento che passerà sicuramente attraverso nuove catene del valore, nuove prospettive e modalità occupazionali, nuovi stili di vita e quant’altro. Da questo non si prescinde. Come non si dovrebbe prescindere dal fatto che le nostre società progettano meglio il futuro quando non trascurano la propria storia.

Per Huxley: “Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”.


©Agenzia Umbria Ricerche
21 aprile 2020

 
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