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Le origini della programmazione in Umbria

Consapevoli che il futuro non ha futuro se non si porta per mano il proprio passato, in questo breve testo si ripercorreranno alcune tappe di una pagina di storia istituzionale molto rilevante per l’Umbria: la nascita a queste latitudini di una importante cultura e capacità di fare programmazione “del” e “sul” territorio.

Gli anni Cinquanta
Questi anni misero a dura prova l’Umbria. La regione si trovò a fare i conti con una drammatica crisi economica e sociale che si tradusse in una forte riduzione degli occupati nel settore minerario, negli abbondanti licenziamenti del 1952 e del 1953 alle acciaierie di Terni - una fabbrica costretta a “reinventarsi” dopo la seconda guerra mondiale -, in un ridimensionamento dell’industria aeronautica presente nelle realtà di Passignano e Foligno, nelle difficoltà dell’agricoltura colpita da inverni freddissimi, in particolare quelli del 1956 e del 1957. Sono anni di vero e proprio travaglio sociale e decadimento. Eppure, è proprio in questo momento che qualcosa di importante si mette in moto e produce una serie di iniziative volte ad inquadrare e risolvere i problemi strutturali della regione. Ma cosa avvenne? Avvenne un fatto inaspettato: lentamente prese forma una coscienza collettiva che riteneva opportuno trovare in sé la forza di reagire e creare le circostanze per una rinascita della regione. Un rilancio fiero ed orgoglioso, convinto di dover rifiutare qual si volesse logica di tipo assistenzialistico come stava succedendo in altre aree del Paese.
Antropologicamente parlando, proprio in quel momento storico si innescò quella scintilla che favorì la crescita di un humus fondamentale per la nascita di una cultura della programmazione regionale capace di far compiere un cambio di passo all’Umbria, alla sua dimensione “identitaria” ed alla sua unità.
In quegli anni, in pratica, la classe dirigente umbra seppe mettere in campo una serie di iniziative volte a studiare, approfondire e capire le ragioni dell’arretratezza dello sviluppo regionale. Pur nelle diversità di lettura dei tanti problemi, l’importanza di far nascere un piano regionale unitario di sviluppo economico e sociale trovò tutti concordi. Ci si trovò di fronte ad un accadimento di grande rilievo che, se pur con distinguo di posizioni, fece registrare una convergenza di intenti che coinvolse addirittura anche DC e PCI. Alla fine degli anni Cinquanta, quindi, era maturata l’idea di rigettare qualsiasi logica di tipo assistenzialistico e straordinario a favore di un piano organico di sviluppo regionale: da qui la storia ebbe un impulso in controtendenza rispetto al passato e nacque quell’attenzione alla programmazione “sul” e “del” territorio.

Gli anni Sessanta
Furono gli anni in cui la riflessione sulla situazione socio-economica dell’Umbria approdò in Parlamento in due diverse tornate: la prima si tenne nel febbraio 1960 e la seconda a gennaio ed aprile del 1966. La seduta parlamentare del 1960 rappresentò la scintilla per la nascita delle esperienze di programmazione regionale umbra, tra le prime in Italia e difatti, sette mesi dopo il dibattito, ovvero a settembre dello stesso anno, venne costituito il “Centro regionale per il piano di sviluppo economico dell’Umbria” su iniziativa delle Amministrazioni delle due Province di Perugia e Terni e delle rispettive Camere di commercio, nonché dell’Associazione per lo sviluppo economico dell’Umbria. Il Centro nasceva con il consenso dei due maggiori partiti, DC e PCI - e non è una faccenda secondaria - in uno spirito generale di collaborazione per la formulazione del piano regionale di sviluppo, uno strumento di programmazione decisamente significativo intorno al quale si era venuta a creare un’ampia convergenza delle principali forze politiche.
Gli anni 1964-1965 furono caratterizzati da un rallentamento della crescita economica del Paese e questo finì, purtroppo, col condizionare l’operatività stessa del “Piano umbro”.
Nel 1966, con la seconda volta dell’Umbria in Parlamento come questione nazionale, la domanda che più di altre emergeva dai deputati locali era cosa restasse del “Piano” in un contesto in cui era venuto meno il dialogo con il governo. Alla fine anche in quell’occasione, come accaduto nel 1960 l’interesse generale fu enorme e tornò alla ribalta delle cronache nazionali un piccolo territorio che con grande impegno provava ad uscire dalla difficile situazione socio-economica in cui si trovava. Nel 1968 venne così elaborato lo “Schema regionale di sviluppo economico dell’Umbria” in continuità con il “Piano”.

Gli anni Settanta
Negli anni Settanta la nascita delle Regioni portò a compiuta maturazione la consapevolezza dell’importanza di un profilo istituzionalizzato della programmazione regionale, in sintonia con la politica di coesione della Comunità europea.
Grazie alle esperienze di programmazione maturate nei vent’anni precedenti, l’Umbria fin da subito, nel nuovo scenario regionalista del post 1970, si presentò molto preparata e fece valere le capacità che aveva sviluppato.
In buona sostanza, quanto appena ricordato, seppure per sommi capi, ci parla di un’Umbria operativa e tenace in grado di elaborare “Piani” di valore che, col tempo, hanno favorito la nascita di una cultura della programmazione e una capacità di governo dei territori.

"Coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica" (Nietzsche).

©Agenzia Umbria Ricerche
30 novembre 2018

 

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