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Giuseppe Coco
Dir. Rivista AUR&S
 
 
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La vita oltre lo smartphone

Era il 9 gennaio del 2007 quando un certo Steve Jobs a San Francisco, sul palco del “Moscone Center”, mostrava un oggetto che da quel momento in poi avrebbe cambiato il nostro modo di vivere la quotidianità: era arrivata l’era dell’iPhone.

Un affarino simile a una confezione da 8 pezzi di barrette Kinder che nella parte anteriore era tutto vetro con un solo tasto in basso al centro e dietro aveva uno chassis di plastica inamovibile che non rendeva più possibile togliere la batteria. Eravamo di fronte all’antitesi di tutte le esperienze che avevamo avuto fino a quel momento: non era più un telefono e potevamo solo intuire che era un qualcosa di totalmente diverso.
Quando prendemmo per la prima volta tra le mani questo nuovo oggettino - tra l’altro, apro un inciso, ricordo che molti di noi ci si approcciarono più in modo scimmiesco che umano - non eravamo consci che ci trovavamo di fronte all’alba di un nuovo modo di vivere il mondo. Era l’inizio di una gigantesca mutazione di noi umani che nel giro di pochi anni ci avrebbe cambiati, trasformati, sia nel modo di pensare e sia nell’approccio fisico al mondo, come ben ci insegna il maestro Baricco nel suo ultimo libro “The Game”.
Undici anni dopo quell’evento di San Francisco è ormai chiaro a tutti che i cellulari, come molti di noi ancora anacronisticamente continuano a chiamarli, hanno sdoganato un nuovo sistema di relazioni e hanno aperto le porte ad un altro orizzonte nell’universo dei rapporti umani. Con il loro arrivo sulla scena hanno dato un’accelerazione fortissima alla virtualizzazione del gomitolo dei legami facendo sparire il filo materiale delle relazioni a tutto vantaggio dei bit. Un mondo digitale che improvvisamente si è imposto e sta presentando il conto al mondo analogico.
A un tratto ci siamo trovati di fronte a una nuova condizione umana dove il punto di contatto più importante non era più il “faccia a faccia” ma lo “schermo a schermo”. Ormai quando siamo al bar, al supermercato, in biblioteca, in treno, quasi non ci facciamo più caso se le persone che vediamo intorno a noi sono realmente lì con noi oppure nel mondo racchiuso nei 6 pollici stretti nelle mani dalle dita sempre più allenate - altro che effetto scimmia dei primi momenti - a scrivere e scattare foto da far invidia a Cartier Bresson.
Un mondo nuovo fatto di username, password, Google, Amazon, Facebook, ecc., dal quale però possiamo farci prendere la mano ed abusarne. E proprio per evitare questo rischio - che esiste, non è virtuale ma reale - Apple, Android e altri hanno inserito nei loro sistemi operativi uno “Screen time”: una funzione che consente di tenere sotto controllo il tempo di utilizzo del telefonino e di poter mettere dei “blocchi” volti a prevenirne l’uso eccessivo. In pratica, con questa sorta di contatore si può tenere sotto controllo il modo di “approcciarsi” allo smartphone e acquisire informazioni del tipo quante volte al giorno viene sbloccato per guardarlo (forse troppe, choc).
Certo, vivendo nell’epoca anche delle grandi serie televisive che non mancano di insegnarci quante furberie possono esistere in un mondo figlio del digitale, non c’è da stupirsi se in qualcuno nasca il dubbio che questa nuova funzionalità dei “telefoni” possa essere semplicemente una contro-narrazione nella narrazione. Però, senza lasciarsi andare a facili scetticismi, può anche rivelarsi l’occasione per rinforzare la nostra auto-consapevolezza rispetto a quelli che ormai percepiamo come strumenti fondamentali per vivere il mondo, un mondo virtuale ma al tempo stesso molto reale, molto vivo.
È oggettivo che la nostra realtà è sempre più disegnata dalla connettività e lo “Screen time” in fondo, a ben rifletterci, potrebbe anche rivelarsi uno strumento più prezioso di quello che, di primo acchito, non si possa pensare per aumentare le nostre consapevolezze rispetto al concetto di “salute digitale”. D’altronde, senza voler passare per insensibili, non è poi un dramma avere la batteria scarica e non essere connessi. Si possono continuare a fare tante cose come mangiare, bere, amare, giocare, urlare, piangere. Vivere dopotutto è anche imbattersi per caso nel profumo del pane caldo appena sfornato che, da qualche posto nascosto dentro di noi, ci fa riaffiorare mille emozioni.
Heinrich BÖll scriveva: “sono un clown, e faccio collezione di attimi”. Buone feste a tutti.

©Agenzia Umbria Ricerche
23 dicembre 2018

 
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