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Giuseppe Coco
Dir. Rivista AUR&S
 
 
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La penombra del regionalismo
Il regionalismo italiano di recente è stato attraversato sicuramente da due grosse ondate di cambiamento. Se alla fine degli anni novanta si era orientati a dar brio e centralità alle Regioni, negli anni clou della crisi c’è stata una virata verso un neo-centralismo.  

Per memoria, prima di inoltrarci in ulteriori riflessioni, ricostruiamo alcuni passaggi dei cambiamenti recenti del nostro regionalismo. La stagione dei tentativi di riforma ebbe inizio con la legge n. 59 del 1997 e il DLgs n. 112 del 1998 che segnarono l’avvio di un processo di devoluzione a Costituzione invariata. Successivamente è con le leggi costituzionali n.1 del 1999 e n.3 del 2001 che venne riconosciuto un significativo principio autonomistico a favore delle Regioni, che si videro assegnare un ruolo di primissimo piano nel governo dei territori. Con competenze legislative aumentate, l’equilibrio dei poteri tra Stato e Regioni divenne in parte nuovo. La strada per un “Regionalismo senza Stato” sembrava in qualche modo aperta. Apparivano come un lontano ricordo sia gli anni precedenti al 1970, quando si parlava di “regionalismo senza Regioni”, e sia quelli compresi tra il 1970 e il 1990, quando si era nel guado delle “Regioni senza regionalismo”. Ma, in Italia, le cose se non sono ingarbugliate non piacciono. Ed ecco che l’approvazione della legge riguardante il federalismo, essenziale per voltare pagina definitivamente, subì numerosi ritardi e quando venne approvata nel 2009 (legge 42) nacque già debole. Ormai il nuovo imperativo divenuto velocemente dominante era la razionalizzazione della spesa pubblica attraverso un accentramento dei poteri.
Se il secondo millennio era partito con un investimento - non solo di risorse ma anche emotivo - sulle Regioni, gli anni successivi al 2008 hanno nella sostanza aperto le porte su uno scenario diverso: un’Italia neo-centralista si era autolegittimata - anche se non si sa quanto meditatamente - in nome del far quadrare i conti. Per onor di cronaca è giusto dire che: negli ultimi anni molta della classe dirigente politica italiana ha spesso precisato che quella neo-centralista era solo una dimensione temporanea. Però, il concetto di “temporaneo” nel nostro Paese è sempre da maneggiare con cura: a volte non c’è niente di più definitivo del temporaneo. E difatti se oggi si prova a riaprire una riflessione sull’argomento non è improbabile imbattersi in frasi del tipo: vedremo, ci sono altre priorità.
A consuntivo possiamo dire che la crisi economica ha favorito una legislazione emergenziale - non ostacolata nella pratica delle cose dalla Corte Costituzionale - che spalancò le porte ad un riaccentramento dei poteri a Costituzione sostanzialmente invariata rispetto al 2001. Le azioni dei governi succedutisi dopo il 2008 hanno, nella effettualità delle cose, tolto alle Regioni margini di manovra precedentemente conquistati. E, per alcuni versi, le hanno confinate in una sorta di penombra.
Per chi scrive un fatto è certo: sarebbe necessario ritornare a riflettere approfonditamente sul ruolo delle Regioni nel nostro ordinamento e sulle loro funzioni, presenti e future. Inoltre, così come emerge da diverse istanze provenienti in particolare da alcuni territori del Nord del Paese, sarebbe auspicabile riprendere anche una concreta discussione sul federalismo fiscale. Potrebbe essere un errore strategico non occuparsene. In ballo ci sono tante risorse che se utilizzate al meglio potrebbero dare una grossa mano ad un Paese che ha bisogno di fare uno scatto di reni se vuole tornare a crescere in modo convincente.
Un vecchio detto diceva: “gli alchimisti veri non cambiano il piombo in oro ma il mondo in parole”.

©Agenzia Umbria Ricerche
3 aprile 2019

 
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