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L'Italia di mezzo che si trasforma

Si è detto che l’Italia di mezzo sintetizza due anime: una più debole, il connubio umbro-marchigiano, e una più forte, la Toscana, che, pur non priva di criticità, propende verso performance tipiche dell’area settentrionale. A sua volta la componente più fragile, connotata da una strutturale bassa produttività del lavoro che ne ha caratterizzato uno sviluppo di tipo estensivo basato sull'ampliamento della base produttiva e della crescita occupazionale, sottende due realtà distinte, per combinazione di motori autonomi e non autonomi, apertura al mercato, ruolo pubblico.
Nel complesso, produttività inferiori alla media o tutt'al più convergenti al basso valore nazionale e redditi unitari che pongono le tre regioni su tre piani differenti (coincidente con, sopra e sotto il livello italiano), trovano compensazione in una qualità della vita tradizionalmente più elevata della media.
Seppure questa sorta di “riscatto” sia stato in parte intaccato negli anni della crisi, quando disoccupazione e povertà hanno cominciato a erodere il livello di benessere soprattutto di Umbria e Marche, nelle tre regioni della fascia centrale il sistema economico si è rivelato più sensibile alla crisi rispetto al sistema sociale, che ha mostrato nel complesso una maggiore capacità di tenuta. La qual cosa non deve significare ignorare l’arretramento - che soprattutto per Umbria e Marche è stato importante - nelle graduatorie regionali stilate dalle statistiche ufficiali per alcune dimensioni in cui è stato declinato il benessere economico e sociale. Qualche recente timido segnale di ripresa lascerebbe ben sperare, anche se preoccupante resta l’impennata nel 2016-2017 dell’indice di povertà relativa individuale che pone l’Umbria, per il secondo anno consecutivo, su valori nettamente superiori al dato medio nazionale, ancora più nei confronti delle Marche e più che doppi rispetto a quelli della Toscana.
Molti indicatori economici pongono la Toscana in una situazione nettamente migliore dei livelli medi dell’Italia e a maggior ragione di Umbria e Marche, fatto non secondario quando si vuole riassumere la forza economica di un territorio. Anche per questo l’Italia di mezzo ha perso da tempo la sua omogeneità, con una Toscana che si sta progressivamente allontanando dalle altre due regioni, per una divaricazione che si stima sia destinata ad accentuarsi nei prossimi anni anche per effetto della presenza di una città metropolitana, di cui Umbria e Marche sono prive. Paradossalmente, a frenare la crescita delle due regioni più deboli potrebbe contribuire quello spiccato policentrismo che un tempo aveva assicurato la diffusività dello sviluppo. Oggi, al contrario, si trasformerebbe in fattore penalizzante, se è vero che la sfida dell’innovazione si giocherà soprattutto in presenza di grandi sistemi urbani, dinamici collettori di idee, veicoli di creatività, potenti erogatori di servizi superiori. Questi ultimi, a loro volta, sono destinati a diventare strategici per (anche) un’industria più competitiva e per l’innovazione delle imprese manifatturiere nella loro progressiva trasformazione tesa ad inglobare sempre più conoscenza. D’altro canto, la manifattura resta sempre un pilastro importante per la creazione di valore aggiunto locale e un motore imprescindibile per i sistemi dell’Italia di mezzo anche per il suo elevato potere propulsivo sui servizi, soprattutto avanzati, generando un rapporto virtuoso che si autoalimenta; da essa originano inoltre gran parte degli sforzi innovativi del sistema produttivo e la quasi totalità dei beni esportabili. Certo, l’industria manifatturiera dovrà continuare un percorso di recupero-conversione-potenziamento verso la strada segnata dell’industria 4.0, sviluppando un processo di trasformazione: nelle modalità produttive (che incorporino sempre più intelligenza e intelligenza artificiale), nei sistemi organizzativi (sempre più attenti alla qualità delle risorse umane), nel capitale investito (sempre più intangibile). E le energie profuse per rialimentare un settore della produzione fondamentale per regioni che, come l’Umbria, sono caratterizzate da una manifattura di qualità, non saranno mai troppe.
Anche perché una produttività già bassa e che si evolve in maniera modesta, quando non regredisce, accomuna, con intensità diversa, le tre regioni: è il problema strutturale tutto italiano che si amplifica in Umbria e nelle Marche e che condiziona anche lo sviluppo dell’economia toscana la quale, tradizionalmente, si muove intorno ai modesti livelli nazionali.
Su questo fronte la situazione si fa particolarmente cupa per l’Umbria, la cui forbice negativa rispetto all'Italia negli ultimi anni in termini di Pil per unità di lavoro ha toccato i minimi storici, superando 14 punti percentuali (secondo i dati Istat di contabilità territoriale rivisti a fine 2017). Il problema è strettamente connesso ad un sistema di basse remunerazioni del lavoro, a loro volta specchio di frequenti e diffuse forme di sottoccupazione di un capitale umano sotto-inquadrato che non incontra una domanda di lavoro adeguata, perché privilegia strutturalmente le qualifiche più basse (e in questo il caso dell’Umbria è esemplare, visto che si pone al primo posto insieme agli Abruzzi per tasso di occupati sovra-istruiti - dati 2016).
Tutte le direttrici imposte dal contesto odierno vanno verso la direzione del recupero di produttività. Innovazione, apertura internazionale, intangibilità (degli investimenti e delle produzioni), legami tra ricerca e produzione di cui possa beneficiare la manifattura, economia delle città ma anche città d’arte e luoghi culturali minori e con esse industrie culturali e creative - solo per citarne alcune - diventano vere e proprie chiavi di accesso a questo cammino.
Marche e Toscana, che pure si caratterizzano per ancora inadeguati livelli di spesa in R&S e di investimenti in attività legate all'innovazione, hanno trovato e stanno trovando nell'export - la via più immediata, perché più tradizionale e consona alle loro produzioni - un importante fattore di integrazione di una domanda interna pesantemente ridottasi negli ultimi anni. La stessa cosa non può dirsi per l’Umbria, che viaggia da sempre su livelli di fatturato esportato su Pil assai lontani da quelli delle due regioni limitrofe (l’incidenza umbra sull'Italia in termini di export è di uno scarso 0,9%, contro l’1,3% di quella calcolata in termini di Pil). È il problema della “autoreferenzialità” dei piccoli sistemi, come quello umbro, strutturalmente trainati da domanda interna, che ha inciso non poco sulle ripercussioni della crisi degli ultimi anni, colpiti dai bruschi cali di una domanda scarsamente alimentata dall'export. Ma l’export, dal 2011, è stato l’unica componente di domanda che ha contribuito ad attenuare in Italia i contraccolpi della recessione.

©Agenzia Umbria Ricerche
22 ottobre 2018

 

 

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