AUR&S 14
     
Giuseppe Coco  *
 

Le Regioni tra spesa dello Stato ed evoluzioni

SOMMARIO Le Regioni e la spesa statale dal 2002 al 2015 Il regionalismo e le metamorfosi degli ultimi vent’anni Conclusioni

Chi scrive ultimamente si è occupato molto del tema delle Regioni e delle metamorfosi che stanno subendo. Tanti cambiamenti. A volte meditati e a volte più estemporanei, figli della crisi, delle emergenze o anche, perché no, delle mode o delle convenienze politiche.
Il presente saggio vuole proporre una breve riflessione sulla spesa dello Stato nelle Regioni ed analizzare a grandi linee l’evoluzione del regionalismo italiano nel secondo millennio.

Le Regioni e la spesa statale dal 2002 al 2015

Quando si prova a studiare la spesa statale - in particolare per tutti coloro che, come il sottoscritto, non sono esperti di scienza delle finanze - il rischio di non capire fino in fondo quello che si ha davanti è molto alto. Ma è anche un rischio che a volte va corso, non fosse altro per cercare di cogliere un po’ meglio le questioni.
Bene, dopo questa piccola premessa, non dobbiamo stupirci se, soffermandoci a guardare le tabelle e i grafici che seguono, proviamo un senso di spaesamento per le cifre che vi si leggono. Numeri importanti che sono un pezzo grosso dei soldi della macchina statale e che rispetto alla narrazione dei tagli alla spesa di cui tanto si è parlato di recente hanno una dimensione che forse non ci si aspetterebbe. Nella consapevolezza che le narrazioni hanno un forte valore simbolico e di sintesi e vanno prese per quelle che sono. In termini filosofici potrebbe voler dire attenti alla realtà effettuale delle cose. D’altronde, Achille, simbolo di rapidità, nel famoso paradosso di cui parlava Zenone di Elea, allievo del grande filosofo Parmenide, non era in grado di raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza.

 
Senza entrare nel dettaglio dei dati appena riportati, una questione di livello macro va sicuramente posta: sarebbe necessario più che mai ritornare a riflettere approfonditamente sul ruolo delle Regioni e sulle loro funzioni - presenti e future - in quanto la rimozione della tematica difficilmente potrà essere di aiuto al Paese.

Il regionalismo e le metamorfosi degli ultimi vent’anni

La stagione del federalismo ebbe inizio con la legge n. 59 del 1997 e il DLgs n. 112 del 1998 che segnarono l’avvio di un processo di devoluzione, seppur a Costituzione invariata. Successivamente con le leggi costituzionali n.1 del 1999 e n.3 del 2001 venne riconosciuto un significativo principio autonomistico a favore delle Regioni (3), che si videro assegnare un ruolo di primissimo piano nel governo dei territori. Le competenze legislative cambiarono e l’equilibrio dei poteri tra Stato e Regioni divenne tutto nuovo (o quasi). La strada per un “Regionalismo senza Stato” sembrava spianata e apparivano come un lontano ricordo sia gli anni precedenti al 1970, quando si parlava di “regionalismo senza Regioni”, e sia quelli compresi tra il 1970 e il 1990 quando si era nel guado delle “Regioni senza regionalismo”. Ma, in Italia, le cose se non sono ingarbugliate non ci piacciono ed ecco che l’approvazione della legge per avere un federalismo compiuto subì tanti ritardi e quando venne approvata nel 2009 - si sta parlando della legge 42 - nacque già debole. Ormai il nuovo paradigma divenuto velocemente dominante era quello della razionalizzazione della spesa pubblica attraverso un accentramento dei poteri. La crisi economica aveva aperto le porte ad una legislazione emergenziale - non ostacolata dalla Corte Costituzionale - che favoriva un ri-accentramento dei poteri a Costituzione sostanzial- mente invariata rispetto al 2001.
In questa nuova situazione, figlia sicuramente della crisi, alcuni si sono lamentati dello svuotamento della centralità dei Consigli regionali. Però, per onestà intellettuale, va detto che molti degli studiosi di scienze economiche e sociali concordano sul centralizzare, seppur temporaneamente, le competenze e le funzioni finanziarie in contesti di crisi. Quindi, se prendiamo per buono quanto appena detto, il caso italiano non ha rappresentato fino a oggi un’anomalia nella sua declinazione. Certo, al di là di tutte le speculazioni dal tono scientifico o politico che siano, è indubbio che il nostro regionalismo è abbastanza in crisi di identità.

Conclusioni

Se il secondo millennio era partito con un investimento - non solo di risorse ma anche emotivo - sugli Enti regionali, gli anni compresi tra il 2008 e il 2016 hanno rappresentato un’inversione di rotta.
Nel periodo della crisi tanti studiosi, politici, giornalisti, ecc., hanno sostenuto che ormai doveva esserci un’Italia neo-centralista - per forza dei conti - e quindi si doveva archiviare l’idea dello Stato a trazione regionale nata nel 2001 con la riforma del titolo V della Costituzione.
Ma oggi, non è giunto forse il momento di chiederci se è giusto proseguire con l’idea dell’accentramento delle funzioni o se è il caso di ridare centralità alle regioni e quindi riaprire il capitolo federalismo fiscale?
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che ci porterà ad avere nella primavera del 2018 un nuovo Parlamento e non c’è bisogno di scomodare la maga Circe per capire che, in questi mesi, di Regioni si parlerà solo in modo residuale ovvero in base alle convenienze dettate dalla ricerca del consenso politico.
Come si dice tra i velisti: buon vento!



Note
(2) Molta della spesa dello Stato resta non regionalizzata per via del fatto che le informazioni a disposizione non permettono la divisione per territori della spesa stessa. In particolare ci sono voci di bilancio che per loro natura non possono essere attribuite a nessuna Regione nello specifico come ad esempio avviene per le poste di natura contabile quali sono gli ammortamenti anziché i pagamenti destinati all’estero, ecc..
(3) Michela Michetti, “Le Regioni nel Dibattito Nazionale” in Rapporto sulle Regioni in Italia 2012, ISSIRFA, Ed. 2013, pp. 371-383.

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@ Agenzia Umbria Ricerche
* Direttore responsabile AUR&S.