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Sofia Corradi* intervistata da Enza Galluzzo

Programma Erasmus: l’idea di una donna

L’Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) è un programma europeo nato nel 1987 per favorire la mobilità transazionale di studenti universitari, consentendo loro di svolgere un periodo di studio in un altro Paese, con pieno riconoscimento degli studi esteri ai fini del conseguimento della laurea in patria.
Nel 2014 l’Erasmus è stato potenziato e ridenominato Erasmus+; oggi unifica e armonizza i vari Programmi europei operanti nei settori dell’istruzione superiore, dell’istruzione e della formazione professionale, dell’istruzione scolastica, dell’educazione degli adulti e della gioventù. Gli obiettivi sono stati ampliati: è aperto praticamente a tutto il mondo e offre numerose opportunità diversificate.
In Umbria il Programma Erasmus coinvolge un numero sempre crescente di studenti, ma anche di docenti ed educatori, in linea con quanto avviene in Italia (vedi box di apprendimento: Il Programma Erasmus+ in Umbria e nel contesto italiano).
Abbiamo voluto parlare del successo dell’Erasmus con Sofia Corradi, che è la studiosa che ha concepito, e tenacemente promosso, l’idea dell’interscambio dei giovani; per questo gli studenti europei l'hanno affettuosamente soprannominata “mamma Erasmus”.

Quando, nel 1969, ha avuto l’idea dell’Erasmus, si sarebbe aspettata che avrebbe avuto un successo tanto vasto?

Non pensavo che il fenomeno sarebbe stato così diffuso, e non mi aspettavo neppure di leggere nei documenti ufficiali dell’Unione Europea che l’Erasmus costituisce, fra le azioni dell’Unione Europea in campo culturale, quella di maggior successo. Sembra che sia anche la più produttiva sotto il profilo della economicità. Nel 2019 l’Unione Europea stabilirà gli stanziamenti per il prossimo settennio e la Commissione, che ne costituisce il potere esecutivo, ha già proposto di raddoppiare il finanziamento portandolo da circa quindici miliardi di Euro a circa trenta miliardi. Si tratta di una somma enorme e sono fiduciosa che il settennio 2020-2027 ci darà grandi soddisfazioni. Ora che l’Erasmus è aperto al mondo e a qualsiasi attività umana, si può veramente dire che tutto è possibile.
Questo non l’avevo previsto, ma sognato sì, ed anche sperato. Un grande scienziato, in una sua lettera che conservo, mi ha detto che l’Erasmus è il mio “sogno educativo diventato realtà”.

È un caso che l’idea dell’Erasmus sia venuta a una donna?

È una domanda che nessuno mi ha mai fatto. Forse non è un caso. Come è ben noto, nell’odierna società le donne sono ancora emarginate e incontrano particolari difficoltà nel mondo del lavoro. Perciò direi che forse non è un caso che l’idea sia nata nella mente di una persona appartenente alla categoria emarginata.
Del resto, come dimostrano i dati statistici, nell’Erasmus le donne sono percentualmente più numerose rispetto agli uomini; inoltre la partecipazione delle donne all’Erasmus è percentualmente superiore alla presenza di studentesse nelle Università. Il che significa che potenziando l’Erasmus si dà, direttamente o indirettamente, un aiuto alle donne.

Essere donna l’ha favorita nella promozione dell’idea dell’Erasmus?

Mi ha - contemporaneamente - favorita e sfavorita. Mi ha sfavorita perché un uomo sarebbe forse stato ascoltato di più in alcuni contesti.
Ma l’essere donna in alcune circostanze mi ha anche favorito perché la mia presenza non suscitava timore. Paradossalmente il fatto di essere donna, e per di più giovane, mi ha dato maggiore libertà di azione nel promuovere la mia idea di mobilità dei giovani.
Ma una cosa che mi ha molto aiutata, e che io indico sempre ai giovani come una strategia che normalmente è vincente, è quella che mi ha insegnato nientemeno che David Rockefeller. Le cose sono andate così.
Da studentessa di Giurisprudenza nell’Università di Roma, quella che adesso si chiama La Sapienza, ho vinto una Borsa di Studio Fulbright che, sommata ad una Borsa di Studio della Columbia University di New York, mi ha consentito di studiare per un anno in tale Università. Fui eletta nel Consiglio Studentesco di una residenza universitaria e a una cena sociale il caso volle che fossi seduta a fianco del mega-banchiere David Rockefeller che interveniva in qualità di “Mecenate”. Fu così piacevolmente impressionato dalla mia curiosità di apprendere che anche in occasione di altre analoghe cene fu lui a chiedere agli organizzatori di fargli sedere vicino “quella studentessa italiana”. Io per parte mia mi rendevo conto che quella era una grande occasione e le nostre conversazioni erano praticamente delle interviste che io gli facevo. Fra l’altro, mi diede un consiglio che mi tornò molto utile per portare avanti l’idea dell’Erasmus: mi illustrò come anche una persona priva di potere potesse ottenere qualche cambiamento. Per farlo - mi disse - occorre essere preparatissimi sugli argomenti che verranno trattati alla riunione in cui si prendono le decisioni e mi fece l’esempio di quanto accade in una società per azioni. Quando un socio ha una quota maggioritaria può decidere ciò che vuole. Però normalmente non ci si trova in questa situazione. Chi ha una quota azionaria minoritaria, per far valere la propria opinione bisogna che si prepari benissimo sugli argomenti di suo interesse: più è modesto il proprio potere, più alta deve essere la preparazione.
Chi riesca ad essere veramente documentato e competente, chi riesca ad esserlo più di ogni altro ha buone probabilità di riuscire a portare avanti la sua idea.
Io, come tutti i giovani, volevo “cambiare il mondo”. Ma non ero nessuno, non avevo una posizione importante, non avevo un ruolo decisionale e a ciò si aggiunga che ero una donna e per di più giovane. L’unico strumento operativo che avevo a disposizione era la mia tenacia e la mia competenza sulle questioni legate al riconoscimento dei crediti acquisiti all’estero. Non c’era alcuna critica che ragionevolmente potesse essere fatta a cui io non avessi già pensato e trovato la risposta. Avevo pronta una replica per ogni obiezione. Riuscivo a confutare qualsiasi osservazione. Questa era la mia unica arma, oltre ad una grande tenacia.
Ci sono voluti quasi venti anni prima che l’idea dell’Erasmus si imponesse: dal 1969, quando ho presentato il pro-memoria “Equivalenze di anni di studi universitari compiuti da studenti italiani presso università straniere”, fino al varo del Programma nel 1987. Sono stati diciotto anni di lotta per superare ostacoli e resistenze da parte di quella che io chiamo la vetero-burocrazia del tempo; e mi sono spesso domandata quale interesse ci fosse ad opporsi all’idea del riconoscimento degli studi esteri. Ma forse la vetero-burocrazia aveva solo interesse a lasciare le cose come stavano; il clima generale era immobilista. Poi nel 1987 è nato l’Erasmus.

Ora che i ragazzi viaggiano di più, ha ancora senso l’Erasmus?

Certamente, i due fenomeni si potenziano reciprocamente.
L’“effetto Erasmus” è l’elemento essenziale e non si verifica in un semplice viaggio e questo è un aspetto su cui non si insisterà mai abbastanza. Questa esperienza ha caratteristiche molto specifiche e sono loro che sinergicamente danno luogo a quella preziosa crescita che viene indicata come “effetto Erasmus”. In primo luogo è tipica dell’esperienza la sua durata che è di almeno quattro o cinque mesi, ma sarebbe meglio se si protraesse fino a sei o sette mesi. In secondo luogo l’Erasmus ha la caratteristica di essere stanziale: a differenza del turista, lo studente non si sposta tra varie città e ha così l’opportunità di partecipare alla vita della comunità locale. Inoltre sono importanti le relazioni umane: durante l’Erasmus si stabiliscono rapporti di amicizia tra pari, tra persone che hanno la stessa età anagrafica (dai diciotto ai ventitré anni), tra persone che hanno lo stesso livello culturale (quello universitario) ed anche interessi comuni. Le scienze psicologiche ci dicono che per instaurare relazioni significative tra due soggetti occorre che l’interazione avvenga su argomenti che interessano entrambi, come ad esempio l’individuazione della mensa universitaria più conveniente. Infine il giovane si trova a vivere in una cultura diversa, ma non completamente estranea, in quanto continua ad essere collocato in un contesto universitario, un ambiente che lui già conosceva.
L’Erasmus è una situazione ideale per produrre apprendimento, tanto che sembra costruita in laboratorio. In qualsiasi Stato si vada, in qualsiasi Università si studi, l’“effetto Erasmus” si verifica. Parte per l’Erasmus un ragazzo “provinciale” e torna un “cittadino del mondo”. Un ragazzo abituato ad essere dipendente dalla famiglia ritorna autonomo. Gli erasmiani imparano a vivere una vita da adulto, una vita da persona indipendente, ma lo fanno in un ambiente che in qualche modo è protetto. L’Erasmus è una esperienza di full immersion in una cultura diversa dalla propria. Il che dà luogo ad una maturazione generale della persona. Si sviluppa una sana autostima, si impara ad esercitare abitualmente il pensiero critico. Viene potenziata la naturale creatività di ciascuno, il che è di particolare valore oggi che la creatività è il bene più prezioso sul mercato del lavoro.
I vantaggi dell’esperienza sono di natura diversificata, perché dipendono dal singolo, ma attengono soprattutto alla “sapienza personale”. Si impara che nel contatto con culture diverse, ciascuno ha da apprendere in misura non inferiore a quanto abbia da insegnare. Si impara a far proprio un atteggiamento civile e democratico nei confronti del diverso. E ciò porta a rifiutare pregiudizi o generalizzazioni infondate.
Nel corso di tanti anni ho incontrato genitori entusiasti del grado di indipendenza e maturità sviluppata dai figli in Erasmus, tanto che “non li riconoscevano più”: in fondo la conquista, da parte dei figli, dell’autonomia è giustamente in cima ai desideri di qualsiasi genitore che viva sanamente il proprio ruolo.
Però occorre anche sapere che cosa l’Erasmus non è. L’Erasmus non è prioritariamente destinato a produrre apprendimento delle lingue estere. Altrimenti tutti vorrebbero andare nei paesi anglofoni, oppure pochi verrebbero in Italia. Inoltre non è destinato a studenti di livello eccellente, ma è rivolto alla generalità degli studenti.

Quali sono le aree in cui lei riterrebbe utili dei miglioramenti del Programma Erasmus, in Italia e negli altri Paesi?

Purtroppo vi è ancora qualche Università - ma per fortuna ormai si tratta di casi rari - che fa resistenza al riconoscimento degli studi esteri. C’è ancora qualche raro professore che ha del proprio ruolo una obsoleta concezione proprietaria. Ovviamente tali resistenze sono contrarie alle norme Erasmus. Teniamo presente che per partecipare al Programma l’Università (e ora anche altre organizzazioni) devono procurarsi una sorta di “passaporto”, sottoponendosi ad una serie di controlli sui requisiti posseduti dall’Istituzione e c’è un patto complessivo in cui l’Università si impegna irrevocabilmente a riconoscere i crediti acquisiti all’estero.
Quindi il rifiuto è una palese violazione di questo patto e, come tale, è impugnabile.

Qual è, secondo lei, lo spirito “giusto” con cui partire in Erasmus?

Lo spirito con cui i ragazzi partono lo capiscono da soli.
A convincere i ragazzi a fare questa esperienza sono per la quasi totalità i colleghi di ritorno o gli ospiti di altri Paesi che abbiano occasione di incontrare: la persuasione avviene tra pari. Gli adulti possono contribuire eventualmente con un piccolo supporto economico, anche se i ragazzi che vogliono partire normalmente riescono ad organizzarsi da sè e a trovare il modo di procurarsi quanto occorre; e lo fanno in modo “molto adulto”.
Mi capita spesso che alcuni genitori, avendo constatato quanto l’esperienza ha giovato, per esempio, ai figli di loro amici, domandino a me che cosa potrebbero fare per indurre il loro figlio ad andare in Erasmus. Ed io rispondo che la miglior cosa da fare non è dare consigli, ma incoraggiarli a prestarsi nel fare accoglienza agli erasmiani in entrata nel nostro Paese. Dinnanzi agli occhi sanamente curiosi di chi arriva in Italia con la voglia di conoscere, qualunque nostro studente si induce ad andare all’ufficio Erasmus per informarsi e presentare domanda.

   
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Fino al 2004 è stata Professore Ordinario di Scienze dell’Educazione nell’Università degli Studi Statale “Roma Tre”. Nel 2016 ha ricevuto il “Premio Carlo V” della European Academy of the Yuste Foundation per avere ideato il Programma Erasmus.