AUR&S 16
     
  Chiara Damiani *  
 

Quando il linguaggio fa la differenza

SOMMARIO Il linguaggio dei media sulle donne Una esperienza da raccontare: Donnamica

Il linguaggio dei media sulle donne

Il tema del linguaggio dei media sulle donne è oggi di estrema attualità, linguaggio che ha un ruolo imprescindibile nella formazione della pubblica opinione. Seppur a piccoli passi, un’informazione attenta al genere si sta facendo avanti.
Ma come i linguaggi, ed in particolare quello dei media, influenzano le coscienze? L’uso che i media fanno dell’immagine femminile, nel raccontarne il lavoro, nel fotografare la loro immagine è molto spesso un uso stereotipato. E come agiscono gli stereotipi? Per lo più nel nostro inconscio. Forse perché gli stereotipi in fondo sono rassicuranti: a noi piace pensare che il mondo sia prevedibile e coerente.

“Gli stereotipi sono delle semplificazioni che un gruppo di persone associa alla realtà e alle opinioni di un altro gruppo di persone, semplificando categorie o comportamenti generando luoghi comuni e aspettative che, senza essere messi in dubbio né verificati, si trasmettono di persona in persona, di generazione in generazione, condizionando la percezione della realtà, influenzando l’opinione pubblica, la cultura e l’ambiente in cui si vive. Gli stereotipi aiutano quindi a mantenere il sistema sociale e la cultura immutati nel tempo”

Pensiamo alla segregazione formativa, conseguenza di una discriminazione di genere nell’accesso alla formazione: le donne studiano materie storiche, filosofiche, sociali perché si ritiene siano meno portate per matematica, fisica e studi tecnici in generale.
Ne consegue che quasi tutti noi associamo l’insegnante di scuola materna una donna e quella dell’ingegnere ad un uomo. Morale: la quasi totalità delle maestre di asilo sono donne e gli ingegneri sono per la maggior parte uomini.
Dunque gli stereotipi ostacolano particolarmente quelle aspirazioni e attitudini delle donne che vanno oltre il ruolo materno, la cura della famiglia o il dover essere avvenenti e sensuali, impedendone di conseguenza l’avanzamento e la partecipazione nella vita attiva nella società. Il linguaggio ha un potere performativo, il linguaggio è creatore di realtà.
Tutto questo rimanda ad un secondo aspetto che connota il linguaggio dei media, ossia una sottorappresentazione del pensiero delle donne sulla stampa e negli spazi culturali più in generale. Le donne della realtà ad esempio quelle che lavorano, studiano o occupano posizioni di prestigio sono sottorappresentate in tv o sulla stampa.
Siamo di fronte ad un’informazione “cieca” che non solo tende a emarginare l’immagine femminile, ma che non sembra riconoscerne i «nuovi» ruoli (ad esempio non utilizzando il femminile per designare alcune cariche istituzionali). Propensa piuttosto a rispecchiare logiche politico-culturali umilianti che premiano i corpi e castigano l’intelletto, un’informazione di questo tipo può essere pericolosa. Pensiamo alle immagini veicolate in tv o sulle foto di quotidiani in cui le donne vengono rappresentate nell’interezza del loro corpo a volte anche sensualmente, mentre per gli uomini riscontriamo una concentrazione dell’immagine sul volto. Tutto questo non è senza conseguenze.
Tutto questo quadro però sfugge. Troppo spesso queste implicazioni passano inosservate e quando non è così, anche il sessismo, viene fatto passare come semplice “volgarità”.
Entrambe le modalità di rappresentazione, quella che fa riferimento agli stereotipi e quella che sottorappresenta l’immagine e il pensiero femminile, danno luogo a delle vere e proprie discriminazioni nei confronti delle donne.
Secondo il Codice delle Pari Opportunità “È discriminazione diretta qualsiasi atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del sesso e, comunque, il trattamento meno favorevole rispetto a quello di un’altra lavoratrice o di un altro lavoratore in situazione analoga. È una discriminazione indiretta una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri che mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di svantaggio rispetto ai lavoratori dell’altro sesso” (art. 25 del D.Lgs.198/2006 integrato dal Dlgs 5/del 2010).
In questo senso appare evidente come la “penna” di un giornalista possa attuare una vera e propria discriminazione indiretta, attraverso l’uso di un gergo, di uno stereotipo che rafforza ad esempio l’idea di un sesso superiore ad un altro.
Far crescere la percezione della discriminazione di genere nei confronti delle donne da parte degli operatori dell’informazione, contribuire alla crescita di un ruolo dell’informazione corretta e non discriminatoria quale possibile chiave di lettura per il superamento degli stereotipi e aumentare l’efficacia e la diffusione di accordi e codici etici esistenti: è questo, oggi, l’orizzonte all’interno del quale operare e l’impegno che come donna, ma prima ancora come giornalista, mi sono assunta nei confronti delle altre mie “sorelle”.

Una esperienza da raccontare: Donnamica

La rivista Donnamica nasce nel 2008 da un’esigenza, anzi da un’urgenza, quella di dire le cose come stavano. Volevo scrivere di donne, raccontare temi come quelli della violenza sulle donne, dei maltrattamenti, delle discriminazioni sul lavoro, della “mancate” pari opportunità, ma volevo farlo “a modo mio”.
Durante la mia esperienza di giornalista avevo toccato con mano che ogni volta che si parlava di certi temi, ogni volta che al centro della notizia c’era una donna - in particolare negli articoli di cronaca nera con storie di abusi, e violenze - si girava intorno sempre allo stesso refrain, un tragico refrain: “uccisa per passione dall’uomo che l’amava”, “raptus della gelosia” e la verità per i lettori si allontanava sempre più. Ecco io volevo “riacchiapparla” quella verità, per mettere a posto le cose, e dire che non esiste raptus dietro un uomo che uccide la propria compagna, che il dramma della gelosia è un assurdo.
Se finiva in prima pagina la notizia di una donna abusata dal marito, (perché si può essere abusati dal marito) leggendo la cronaca dell’articolo i miei occhi vedevano qualcosa che gli altri occhi non percepivano. Vedevo parole e concetti che trasudavano stereotipi, luoghi comuni e in fin dei conti una sotto rappresentazione della figura femminile. Se si parlava di violenza non si usava mai la parola femminicidio perché la parola non esisteva ancora, o meglio non aveva ancora divulgazione tra i mass media, ma l’uccisione di una donna in quanto donna, per il suo genere, eccome se esisteva. Ed è questo un passaggio importante su cui invito a riflettere: il potere “performativo” del linguaggio (Austin, 1979) di creare le cose che si dicono. Ciò che arriva dalla comunicazione dei mass media lo è con una potenza ancora maggiore. Se una cosa non si dice, non si nomina, in fondo non esiste.
Inoltre, mi accorgevo di come accanto alla cronaca dell’evento, non si dava mai spazio a soluzioni da divulgare per le lettrici. Vie d’uscita dalla violenza non c’erano. Non si trovava traccia negli articoli di numeri di emergenza, di indirizzi dei pochi Centri Antiviolenza presenti in alcune parti d’Italia (in Umbria ancora non esistevano, siamo nel 2007) o degli Sportelli di sostegno strutturati.
Se poi si parlava del divario sul lavoro tra donne e uomini e in chiave di genere, si era tacciati come minimo di militanza politica oltranzista.
Io vedevo in tutto questo una forte ingiustizia, nelle parole e nei concetti che venivano espressi.
Solo da lì a pochi anni, sarebbe cresciuta in Italia una sensibilità sull’informazione di genere, sull’esistenza di un linguaggio discriminante nei confronti delle donne e intorno a questo una miriade di associazioni, reti, protocolli d’intesa, codici etici e Osservatori. Insomma tutto uno sbocciare di iniziative che, a mio avviso, hanno per ora avuto il merito di far crescere, emergere diciamo una consapevolezza tra gli operatori dell’informazione intorno a queste tematiche, ma siamo ben lontani dall’aver risolto il problema.
Allora un bel giorno di ottobre del 2007, mi viene un’idea: “provo io ad utilizzare il potere del linguaggio per produrre qualcosa, qualcosa che prima non esisteva”. Ecco in questo preciso istante è stata concepita Donnamica.
La nascita vera e propria, in senso fisico intendo, della rivista è avvenuta pochi mesi dopo a gennaio 2008 con il primo numero editato dall’omonima Associazione. Esce in 24 pagine a colori, free press, con cadenza bimestrale. In quei tre mesi tra ottobre e dicembre, ci lavoro giorno e notte. Ma non ci lavoro da sola. Non ce l’avrei fatta senza l’aiuto di tanti soggetti pubblici e privati che da subito credono in me, nelle idee che cerco di trasmettere, tra questi il Centro Pari Opportunità della Regione dell’Umbria, le Consigliere di Parità e il sindacato, la Cgil.
Sono passati molti anni! Quest’anno la rivista ha compiuto 10 anni, un traguardo tutt’altro che scontato per un free press che ha scelto da subito di connotarsi con un taglio editoriale preciso, molto mirato.
Oggi quella “spinta” a lavorare sul tema del linguaggio, attraverso la messa in discussione di stereotipi veicolati dai mass media, si è forse in parte esaurita, per aprirsi a nuove sfide. Intendo dire che la consapevolezza di un sessismo nel linguaggio dell’informazione è diventata patrimonio di tutte noi, o meglio di una parte di stampa, e forse il merito è anche un po’ di Donnamica, che ha aperto la strada quando i “rovi” erano ancora tutti intrecciati, su un percorso sconosciuto.
Il punto è che, al di là di scelte etiche, raccontare le donne, il loro lavoro, la loro vita con rispetto e soprattutto senza il ricorso a stereotipi che “deformano” la verità oggettiva, non è una scelta ideologica, non è un militare in una corrente di pensiero partitica, non è appartenere “a certa stampa” e non è neanche rifarsi ad un non meglio precisato femminismo. Invece, raccontare le donne, il loro lavoro, la loro vita con rispetto e soprattutto senza il ricorso a stereotipi che “deformano” la verità oggettiva, è per chi fa informazione, una questione di “pluralismo informativo”.

     
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Giornalista, Direttore Responsabile della rivista Donnamica.