Luca Ferrucci *  
 
AUR&S 16

Rivoluzioni scientifico-tecnologiche e sostenibilità economica e sociale

SOMMARIO La competitività dell’industria: la centralità della fabbrica “secolare” Globalizzazione e nuove fonti della competitività manifatturiera: la centralità dei servizi avanzati innovativi Rivoluzioni scientifico-tecnologiche, nuovi settori high tech e disoccupazione Alla ricerca di una nuova sostenibilità economica nei modelli di sviluppo

La competitività dell’industria: la centralità della fabbrica “secolare”

A partire dalla rivoluzione industriale della fine del Settecento, l’avvento della fabbrica delinea un nuovo modo di produrre rispetto all’epoca artigianale e mercantile precedente: concentrare in uno spazio fisico ristretto una nuova classe sociale - gli operai - e le tecnologie destinate a produrre specifici prodotti.
Nel Novecento, la fabbrica è il “luogo” fondamentale della produzione e della distribuzione della ricchezza economica in tutti i paesi occidentali, sebbene con una differenziazione fondata su due differenti traiettorie di sviluppo: il modello fordista e quello della specializzazione flessibile (Piore, Sabel, 1987).
Il modello fordista trova la sua massima espressione nel capitalismo manageriale anglosassone in tutti i settori economici. Henry Ford, nel settore automobilistico, contribuisce a implementare la fisionomia organizzativa e strategica delle grandi imprese statunitensi, fondata sull’esistenza di un prodotto standardizzato, realizzato su elevati volumi di produzione e di vendita grazie a tecnologie finalizzate allo sfruttamento delle economie di scala e a operai generici, ciascuno impiegato in una fase elementare del ciclo manifatturiero(2). Grazie a queste tecnologie, si realizzano le condizioni per elevare non solo la produttività (che, nella teoria classica ricardiana, foraggiava unicamente i profitti) ma anche la crescita dei salari dei lavoratori. Come aveva intuito Henry Ford, non basta produrre ma bisogna vendere a prezzi accessibili per coloro che ricevono salari in cambio del loro lavoro.
Il modello alternativo di produzione manifatturiero - quello della specializzazione flessibile fondato sulle piccole imprese - particolarmente frequente nel nostro paese (per esempio, i distretti industriali) si caratterizza per una capacità di coniugare una flessibilità del mix dei prodotti realizzati con un contenimento dei costi di produzione, grazie alla versatilità e qualificazione degli operai e alla deverticalizzazione del ciclo manifatturiero, caratterizzato da filiere territorializzate di piccole imprese specializzate. La crescita manifatturiera nel nostro Paese nei mercati internazionali (in particolare, in quegli anni, USA, Europa e Giappone), grazie alla vitalità e competitività dei distretti industriali (Varaldo, Ferrucci, 1997), composti da migliaia di piccole imprese specializzate e operanti nelle filiere del Made in Italy (calzature, abbigliamento, orafo, tessile, mobili, etc…), ha assecondato la crescita dell’occupazione operaia e impiegatizia.
In entrambi i modelli sopra descritti - sia quello fordista che quello distrettuale - si realizzano le condizioni per una sostenibilità economica tra produzione e distribuzione della ricchezza economica(3). La lunga crescita dei mercati dei paesi occidentali, dal dopoguerra sino alla fine degli anni Ottanta, ha consentito un bilanciamento tra l’ondata di innovazioni tecnologiche labour saving all’interno della fabbrica, la crescita della produttività, dell’occupazione e dei salari. La crescita della produttività alimenta, sebbene in modi ed intensità diverse nel corso del Novecento, le due principali fonti reddituali della fabbrica, ossia i profitti e i salari. Questa crescita del benessere, con particolare riferimento ai salariati, avviene sia secondo percorsi orizzontali (ossia con la crescita numerica degli occupati) che verticali (ossia tramite l’innalzamento del valore medio delle retribuzioni pro-capite erogate). La classe operaia, divenuta classe sociale media, ha avuto così accesso a beni e servizi simboli di “modernità” come l’auto, la televisione, il telefono, le vacanze e così via.

Globalizzazione e nuove fonti della competitività manifatturiera: la centralità dei servizi avanzati innovativi

Ma, a partire dagli anni Novanta, si inaugura un nuovo ciclo della Storia economica, con l’avvento della globalizzazione. Nuove aree del mondo - dall’America centro-meridionale all’Europa centro-orientale all’Asia, con il nuovo ruolo di protagonista della Cina e dell’India, sino all’Africa, con l’area del Maghreb e quella sub-sahariana - entrano nei circuiti dell’economia occidentale, generando nuovi problemi competitivi ma, anche, nuove opportunità(4). A queste nuove sfide, le imprese occidentali reagiscono strategicamente in modi differenti, cercando un diverso modello di sostenibilità in termini di produzione e di distribuzione di ricchezza economica. In particolare, si possono delineare due diversi sentieri di evoluzione.
La prima opzione strategica riguarda le prescrizioni del modello della teoria dei ciclo internazionale del prodotto, con la centralità della ricerca scientifica e tecnologica nei Paesi avanzati. Tale teoria suggerisce che le innovazioni rivoluzionarie sono generate dalla scienza (Vernon, 1992): solo i Paese dotati di opportuni ecosistemi istituzionali, scientifici ed economici sono nelle condizioni di creare tali innovazioni rivoluzionarie. Di conseguenza, i Paesi con un elevato livello di investimento pubblico e privato nella R&S, dotati di università qualificate, di laboratori scientifici di eccellenza e di un capitale umano knowledge-intensive, saranno capaci di scoprire queste innovazioni(5). Inizialmente, la produzione dei prodotti innovativi e delle relative tecnologie avviene nei Paesi avanzati, con un elevato costo del lavoro ma dotati di rilevanti conoscenze scientifiche. Con il successivo sviluppo di tecnologie mature e standardizzate (e, quindi, con un’occupazione operaia generica), la localizzazione dei plant si sposta verso Paesi aventi un costo del lavoro inferiore. Quindi, la crescita virtuosa nei paesi avanzati può riattivarsi solo grazie ad un nuovo ciclo di innovazione rivoluzionaria generato dalla ricerca scientifica, pena il loro declino economico strutturale(6).
La seconda opzione riguarda una metamorfosi dell’impresa manifatturiera tradizionale, con la sostituzione del lavoro operaio con quello “terziario” qualificato. Nei settori manifatturieri tradizionali, l’innovazione di prodotto tende ad incorporare componenti simboliche e intangibili, fondate sulle leve del design, del brand, del marketing e degli store. Le imprese attivano una strategia “duale”: da un lato, la delocalizzazione nei paesi con un basso costo del lavoro, delle fasi di lavorazione manifatturiera labour intensive; dall’altro lato, investimenti nelle attività “terziarie” (R&S, marketing, retailing, product engineering, design, etc…) tramite potenziamento dei knowledge-intensive workers. L’innovazione ICT asseconda queste dinamiche di metamorfosi dell’impresa manifatturiera tradizionale, generando nuove modalità di progettazione dei prodotti, di gestione dei flussi di logistica a livello internazionale, di implementazione di ricerche di mercato e di strategie di e-commerce. C’è, dunque, una nuova occupazione “terziaria” che va a sostituire la “vecchia” occupazione operai delle fabbriche nei Paesi occidentali. Un’occupazione qualificata, knowledge intensive, che percepisce salari maggiori e, per questa via, è in grado di sostenere, a livello di sistema economico, anche consumi finali di beni e servizi.
Tutte e due le opzioni sopra indicate presentano delle analogie in termini di conseguenze sul modello di sviluppo occidentale. La sostenibilità economica di questo modello si fonda sulla riduzione strutturale della classe operaia a favore di un “terziario” avanzato presente dentro e fuori le imprese manifatturiere. I nuovi protagonisti sono i knowledge-intensive workers, aventi competenze scientifiche, tecnologiche, amministrative, logistiche, commerciali e finanziarie. Il modello di sostenibilità economica comincia a generare problemi strutturali di funzionamento: una parte della popolazione, quella destinata al lavoro operaio, rischia di restare strutturalmente fuori dai circuiti della produzione della ricchezza economica e, quindi, della sua distribuzione. Si realizza cioè una sorta di dualismo nel mercato del lavoro: da un lato, gli operai che tendono a perdere il lavoro e, dall’altro lato, i lavoratori della conoscenza scientifica, tecnologica e di management che conseguono livelli remunerativi e garanzie occupazionali particolarmente significative. La classe operaia inizia il suo inesorabile declino in termini di capacità di acquisto, mentre i livelli di diseguaglianza economica, nei singoli Paesi occidentali, crescono in modo significativo, anche per l’esistenza di alcune “caste” sociali aventi elevati livelli di reddito (i proprietari di ingenti patrimoni finanziari e immobiliari con le loro rendite; i top manager della finanza e dell’industria con i loro lauti compensi; le imprese ben relazionate con le istituzioni pubbliche per ottenere autorizzazioni, sussidi e appalti).

Rivoluzioni scientifico-tecnologiche, nuovi settori high tech e disoccupazione

Con la rivoluzione scientifico-tecnologica dell’ICT e del digitale, si apre un nuovo scenario nelle economie occidentali, in particolare per l’Italia rimasta nella “morsa” strutturale di una incapacità a collocarsi tra i Paesi ad elevato investimento nella ricerca scientifica e tecnologica, con una bassa produttività totale dei fattori produttivi, con un livello insoddisfacente dei salari (comparativamente ad altri Paesi occidentali) e con una crescente disoccupazione operaia. Il dibattito sulla crescita del Paese si posiziona nel sostenere nuove frontiere dello sviluppo economico e tecnologico, connotate da vocaboli inglesi come green economy, smart economy, blue economy, social economy & circular economy. Non è questa la sede per addentrarci nell’approfondimento di ciascuna di queste frontiere. Essenzialmente, attorno ad esse, si riconfigurano filiere manifatturiere (per esempio, quelle connesse all’economia circolare), nuovi prodotti (per esempio, nella chimica verde o nell’industria automobilistica con nuove componenti tecnologiche, dalla sensoristica sino ad arrivare alla guida automatica priva di pilota umano), nuove tecnologie (per esempio, nelle energie rinnovabili) e nuovi servizi (basti pensare alla varietà di soluzioni per le cosiddette smart cities o per la sanità o per l’istruzione). Le App divengono un veicolo del mondo digitale capaci di modificare gli stili di vita di individui e famiglie e gli investimenti delle imprese.
L’Italia è un Paese che fondamentalmente acquista le infrastrutture tecnologiche (per esempio, quelle dell’ICT e del digitale), prodotte in altri Paesi, per sviluppare queste nuove frontiere dello sviluppo economico e sociale. Ma il nostro Paese, grazie alla creatività, alla cultura scientifica e tecnologica e a quella umanistica, può essere un “assemblatore” intelligente ed originale di nuove soluzioni e servizi in molti campi dell’economia e della società, intercettando bisogni emergenti, anche a livello mondiale. Così, ad esempio, i nostri territori e le nostre città (con le identità storiche, artistiche, architettoniche e paesaggistiche) e i nostri prodotti del Made in Italy (dall’agroalimentare alla fashion) possono essere reinterpretati e incorporati nelle nuove piattaforme e strumenti dell’industria digitale. In altri termini, l’Italia immette contenuti culturali in contesti tecnologici e infrastrutturali, spesso generati in altri Paesi. In questa prospettiva, tra questi nuovi e i vecchi settori manifatturieri non esiste una sostitutività ma una complementarità: le innovazioni generate dai primi alimentano la competitività dei secondi, attivando dinamiche di terziarizzazione dell’economia di tipo neo-industriale, e non post-industriale.
Tuttavia, l’impatto occupazione complessivo di queste dinamiche neo-industriali è insoddisfacente: ad esempio, nel 2017 Google generava un profitto di circa 16 miliardi di $ e aveva poco meno di 76.000 dipendenti. Al contrario, nell’industria automobilistica, General Motors, nel suo momento massimo nel 1979, conseguiva circa 11 miliardi di $ di profitti e impiegava circa 840.000 persone. In altri termini, questa rivoluzione tecnologica genera soprattutto alti profitti ma, comparativamente alle industrie del “passato”, molti meno occupati e salari(7).
La povertà crescente che ne deriva, purtroppo, trova, in diversi casi, risposte efficaci in alcuni “mondi” della cosiddetta sharing economy, un settore dove non si genera solo nuova occupazione qualificata (per esempio, i gestori delle piattaforme digitali) ma che, in diversi casi, corrisponde solo alla gig economy. La gig economy significa “guadagnarsi da vivere”, o integrare il proprio reddito, facendo lavori saltuari, spesso senza contratto, solo quando viene richiesto o quando si può. In pratica, nella gig economy, il lavoro specializzato che durava una vita non esiste più: la persona svolge una pluralità di “lavoretti” temporanei, senza maturare alcuna specializzazione ma solo cumulando redditi marginali(8). La diffusione nell’uso di internet, di siti e di applicazioni dedicati a mettere in contatto domanda e offerta, come Airbnb o Uber, ha assecondato, in modo molto intenso, la crescita di questa gig economy, una frontiera dell’economia che pone una nuova sfida, ossia l’istituzione di forme di regolamentazione e di tutela del lavoro.
Ma la rivoluzione tecnologica in atto sta spingendo verso nuovi orizzonti: intelligenza artificiale, big data, cloud computing e così via. Il senso di queste trasformazioni scientifiche e tecnologiche porta a rafforzare la direzione precedentemente intrapresa, ossia quella labour saving, con un “salto evolutivo” dal crowding out della fabbrica a quella delle attività terziarie dell’impresa manifatturiera. Con questa rivoluzione tecnologica, alla classe operaia oramai “tramontata” con la precedente generazione tecnologica, si vanno ad aggiungere i knowledge-intensive workers (Ford, 2015). Non solo, con queste nuove piattaforme tecnologiche, la delocalizzazione dai Paesi avanzati a quelli offshore non riguarda più solo la dimensione strettamente operaia e manifatturiera, ma anche quella dei white collars. La disoccupazione tecnologica, quindi, diviene pervasiva rispetto a:
- tutti i settori dell’economia (dall’agricoltura all’industria tradizionale a quella high tech ai servizi finanziari sino a quelli tradizionali);
- tutte le categorie professionali (da quelle operaie a quelle impiegatizie sino agli executive manager)(9).

Alla ricerca di una nuova sostenibilità economica nei modelli di sviluppo

C’è quindi bisogno di un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo economico e sociale. Il legame virtuoso - storicamente sperimentato nelle società occidentali - fondato su crescita dei consumi, alimentata da redditi da lavoro e da occupazione (qualificata o meno) crescente non si ripropone più. Molti autori (Krugman, 2013; Summers, 2015; Gordon, 2015; Pizzuti, 2017) affermano che siamo entrati in una stagnazione secolare, caratterizzata da elevata disoccupazione, bassi consumi e crescente diseguaglianza economica. Anche qualora l’economia potesse tornare a crescere - in termini di PIL - a saggi significativi, l’occupazione non ne risentirebbe particolarmente. Imprese che saranno sempre più tecnology-intensive tenderanno a remunerare il capitale, e non più di tanto il lavoro. E il capitale sarà la fonte che alimenterà le nuove e future rivoluzioni tecnologiche che caratterizzeranno le società del futuro. Una logica non “frenabile” che dalla scienza arriva alla tecnologia e alle innovazioni conseguenti, remunerando il capitale e sempre meno il lavoro (anche se qualificato). Tutto ciò ha fatto ritenere che siamo entrati nell’era della “fine del lavoro” (Rifkin, 2014a).
Una fase storica che va ben interpretata: non è la fine dei bisogni dell’umanità che, anzi, si rinnovano e si rafforzano, anche in nuove direzioni rispetto al passato(10). Al contrario, il rischio di una stagnazione secolare dipende non dall’incapacità della tecnologia nell’offrire soluzioni ai problemi “vecchi” e “nuovi”, ma dalla mancata remunerazione del lavoro e, quindi, dei conseguenti consumi che possono derivarne. È la caduta della capacità di acquisto della classe media e bassa, a causa della “fine del lavoro”, che può generare l’incapacità a sostenere la crescente supply-side scientifica e tecnologica. Il gap tra la capacità di offerta di conoscenze scientifiche e tecnologiche, da un lato, e quella di acquisto di tali soluzioni, in termini di beni e servizi innovativi, è diventato insostenibile. Insomma, con la “fine del lavoro” si rischia di “bloccare” la Storia che dalle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche portava alle innovazioni, all’occupazione, ai salari e ai consumi.
Come “uscire” da questo percorso che appare, per molti aspetti, irreversibile? Le soluzioni non sono affatto semplici, né si possono “confinare” in aspetti puntuali, di tipo localistico o nazionale o settoriale. Purtroppo, questo costituisce un problema che riguarda o riguarderà, nei prossimi decenni, tutta l’umanità. Le interdipendenze scientifiche, tecnologiche, economiche e sociali tra i Paesi nell’affrontare queste questioni sono centrali per l’identificazione di possibili soluzioni.
Il dibattito odierno indica alcune possibili soluzioni puntuali. Non è questa la sede per analizzarle in modo approfondito ma, tutte insieme, dimostrano che la questione economica e sociale dello sviluppo è divenuta centrale e non può più essere un oggetto di discussione relegato tra alcune elite culturali. In questa sede, vogliamo però solo provare a fare una mera elencazione di queste possibili prospettive di intervento, senza gerarchizzarle in termini di valutazioni o giudizi di valore.
In primo luogo, vi sono i sostenitori di un reddito minimo garantito. Un illustre economista, premio nobel per l’economia e considerato tra i fondatori del liberalismo economico, Friedrich August von Hayek, morto nel 1992, ha affermato che “non vi è motivo per cui in una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria sotto forma di un reddito minimo garantito, o di un livello sotto il quale nessuno scenda”. È di tutta evidenza la differenza tra un reddito minimo garantito di natura transitoria (ossia dovuto ad una disoccupazione involontaria e temporanea) e un sussidio strutturale che caratterizza buona parte della vita di un individuo. Se il trend secolare spinge verso la “fine del lavoro”, il reddito minimo garantito, oltre a non essere particolarmente dignitoso per il beneficiario, richiede un nuovo modello di welfare state e di finanziamento pubblico del medesimo.
In secondo luogo, altri sostengono l’importanza di una decrescita felice: “la nostra sovra-crescita economica si scontra con i limiti della finitezza della biosfera. La capacità rigeneratrice della terra non riesce più a seguire la domanda: l’uomo trasforma le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto la natura sia in grado di trasformare questi rifiuti in nuove risorse” (Latouche, 2007). Taluni minori consumi non debbono essere visti come un “arretramento” della società: soluzioni puntuali come quelle connesse a lavorare tutti con orari minori rispetto a quelli attuali rientrano nella logica di riappropriarsi di un maggiore tempo libero, da dedicare alle proprie passioni e alle proprie relazioni sociali, senza necessariamente comportare un maggior consumo di beni e servizi, e quindi senza la necessità di disporre di maggiore reddito.
In terzo luogo, vi è chi propone soluzioni neo-malthusiane fondate su logiche demografiche. Se le opportunità di impiego complessivamente si riducono, occorre intervenire per restringere l’offerta sul mercato del lavoro agendo su tre leve: allungare il periodo scolastico e della formazione professionale, in modo da far procrastinare l’entrata sul mercato del lavoro; anticipare l’età per conseguire la pensione - o comunque attivare strumenti flessibili di uscita (Del Colle, 2002; Blundell, Meghir e Smith, 2002); ridurre l’orario di lavoro complessivo svolto dai dipendenti, in modo da ridurre la loro produttività individuale complessiva, tale da generare nuove addizionalità di unità di lavoro. Si tratta di soluzioni che, come è evidente, possono comportare un aumento - anche rilevante - dei costi per le finanze pubbliche (istruzione, formazione e pensioni) e per le famiglie (laddove parte di questi oneri, come l’istruzione, sono privati).
In quarto luogo, con la “fine del lavoro” e la crescente importanza del capitale, alcuni ipotizzano che i lavoratori possano divenire, in una sorta di neo-capitalismo finanziario, azionisti delle imprese, ricevendo la relativa remunerazione (Williams, 2000; Dore, Lazonick, O’sullivan, 1999). In questa ipotesi è centrale però un’operazione di forte redistribuzione della ricchezza in una nazione in modo da generare le condizioni per tale metamorfosi sociale (da lavoratore a capitalista).
In quinto luogo, se il lavoro non c’è o non è stabile, si può “creare”. La sfida dell’auto-imprenditorialità (Aronson, 1991; Hamilton, 2000) è importante laddove si basi su competenze, passioni, esperienze e interessi che un individuo possiede e che, con un’opportuna ricombinazione di saperi tradizionali e “avanzati”, possa far gemmare specifiche idee di business. Non si tratta solo di ambiti tecnologici avanzati, dove magari l’apporto di capitali finanziari e integrazioni di conoscenze scientifiche diverse può essere problematico, ma anche di contesti idea-based, magari legati a territori locali (eventi culturali, valorizzazione di tipicità agro-alimentari, etc…) oppure all’offerta di servizi sociali innovativi a favore di comunità, come gli anziani o i disabili.
Infine, il commons collaborativo di Jeremy Rifkin costituisce una frontiera che va oltre lo schema dualistico, storicamente consolidato in Occidente, tra la proprietà capitalistica e quella pubblica. Come afferma tale autore (2014b), “il Commons collaborativo è molto più antico sia del mercato capitalistico sia del sistema rappresentativo (…) milioni di organizzazioni autogestite, in gran parte democratiche (…) che generano il capitale sociale della società”. Ancora, “il Commons sociale è animato da interessi collaborativi e da un profondo desiderio di collegarsi con gli altri, e appunto, condividere (..) favorisce l’innovazione open source, la trasparenza, la ricerca di aggregazione”. E nel nuovo contesto tecnologico dell’Internet of Things, con le piattaforme tecnologiche globali, questo Commons collaborativo trova una sua naturale vocazione e modalità di espressione. Si tratta, dunque, di un nuovo modello di società e di economia, dove le no profit organization - unitamente alle nuove ondate tecnologiche dell’Internet of Things - saranno in grado di generare un’economia della partecipazione per taluni aspetti sostitutiva dell’economia di scambio(11). In un’economia che va, grazie alla tecnologia, verso il costo marginale nullo, mentre un sistema capitalistico non riesce più a conseguire profitti per auto-alimentarsi, non resta che analizzare e valutare questo mondo “nuovo” delle organizzazioni no-profit, capaci di condividere conoscenza, idee, servizi e, in definitiva, ricchezza sociale ed economica.
In definitiva, il circuito virtuoso che dalla rivoluzione industriale ha accompagnato la crescita delle società occidentali in termini di redditi e occupazione sembra essersi drammaticamente interrotto. Le nuove ondate delle rivoluzioni scientifico-tecnologiche sono in grado di dare risposte efficaci a molti problemi dell’umanità, ma la loro sostenibilità economica può essere messa in crisi dalla difficoltà degli Stati, delle imprese e delle famiglie ad alimentarle sul piano finanziario. Ripensare i futuri equilibri sociali ed economici, anche in termini di minore diseguaglianza, è quindi fondamentale per poter rendere l’innovazione scientifico-tecnologica ancora funzionale rispetto al benessere delle società.

Note
(2) Questo sistema di produzione consegue performance rilevanti: nel 1925 un nuovo modello di autovettura Ford denominata T usciva dalla catena di montaggio ogni 25 secondi e il costo unitario era sceso dal 950 $ del 1908 ai 290 $ del 1927 (Chandler, 1964).
(3) Con ciò non dobbiamo comunque ignorare la rilevanza delle azioni delle istituzioni pubbliche ai fini del benessere sociale, quali la realizzazione di un modello di welfare diffuso (dagli asili nido sino alle varie forme di previdenza e assistenza), di un’occupazione pubblica estesa in vari campi dei servizi (dalla difesa alla sanità alla scuola e così via) sino ai meccanismi di regolazione del mercato del lavoro (istituendo strumenti a difesa della classe lavoratrice).
(4) La globalizzazione alimenta diverse dinamiche, quali quelle della migrazione di persone, dello spostamento di capitali finanziari, della localizzazione di nuove fabbriche e del collocamento di prodotti su nuovi mercati di consumo.
(5) È di tutta evidenza in questo modello il ruolo strategico dello Stato nel sostenere gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica di un Paese.
(6) Fondamentalmente, questo è il modello di sviluppo perseguito da paesi come gli USA. Il paradigma scientifico dell’ICT, negli ultimi venti anni, ha forgiato un’infant industry, composta inizialmente da migliaia di piccole imprese ad alta intensità di conoscenza scientifica, alcune delle quali - cosiddette fast growing - sono divenute in pochi anni colossi mondiali nell’industria digitale. Per citare alcuni esempi di queste imprese che impiegano centinaia di migliaia di occupati possiamo indicare Amazon, fondata nel 1994 a Seattle, oltre a molte altre nate in California, come Apple (1976), Adobe System (1982), Cisco System (1984), Google (1994), Ebay (1995), Netflix (1997), Oracle (1997), Linkedin (2002), Facebook (2004), You Tube (2005), Twitter (2006), Whattapp (2009), Instagram (2010) e Snapchat (2011).
(7) L’imprenditore italiano Adriano Olivetti ha detto che “tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per il motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.
(8) I classici esempi di lavori della gig economy sono le consegne a domicilio di cibo con lo scooter, l’uso dell’auto privata come taxi su richiesta o l’affitto di una camera.
(9) In un recente studio, il McKinsey Global Institute ha analizzato gli effetti dell’automazione sul lavoro in 46 paesi e per lavori che coprono l’80 per cento della forza lavoro globale. La ricerca si è servita di una rigorosa metodologia di stima del potenziale di automazione dei lavori sulla base delle tecnologie già oggi conosciute. I risultati ottenuti derivano da una accurata classificazione dei lavori in attività elementari (in tutto duemila). Tra i principali risultati di questa ricerca è emerso che 60 per cento delle occupazioni è costituito da attività che sarebbero almeno parzialmente automatizzabili con le tecnologie dell’intelligenza artificiale.
(10) Per esempio, i dispositivi innovativi della bioingegneria destinati ad allungare la vita e a migliorarne la qualità; la domotica per poter offrire ambienti domestici capaci di offrire un maggior benessere; le tecnologie green e dell’economia circolare per affrontare le sfide di un ecosistema non inquinato e rispettoso dell’ambiente naturale; e così via.
(11) “Milioni di prosumers che nel Commons sociale collaborano gratuitamente alla creazione di nuove soluzioni informatiche e nuovi software, nuove forme di intrattenimento, nuovi strumenti di apprendimento, nuove vetrine mediatiche, nuove fonti di energia verde, nuovi prodotti a stampaggio 3D, nuovi programmi di ricerca medica paritaria e nuove iniziative di imprenditorialità sociale no-profit. (…) il tutto a costo marginale zero”.


Riferimenti bibliografici
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@ Agenzia Umbria Ricerche
* Professore ordinario, Dipartimento di Economia, Università degli Studi di Perugia.