AUR&S 16
     
  Simona Formica *  
 

Cooperazione internazionale e donne

SOMMARIO Questione di tempi e di priorità Sviluppo ed impatto sociale L’importanza di uno staff al femminile Conclusioni

Ho iniziato a lavorare in cooperazione internazionale nel 2009, anche se rispetto al tema dell’Uguaglianza di Genere, avevo una posizione decisamente scettica. Nelle notti trascorse a disegnare le proposte progettuali e ad individuare risposte concrete per evidenziare la sensibilità verso quella che è definita, tra le cosiddette priorità trasversali di un’azione, la condizione femminile, avvertivo sempre un senso di ribellione. Un po’ la stessa sensazione di quando sentivo discutere di quote, parcheggi, notti “rosa”. Non riuscivo a capire perché si dovesse sottolineare così tanto fino a renderla una diversità. Perché questa differenza? Perché misure “speciali”? Mi sembrava di rimarcare una debolezza di una categoria alla quale sentivo di appartenere e non mi riconoscevo in questo.
È solo quando ho iniziato a compiere viaggi per i progetti di cooperazione internazionale e, conseguentemente, a vivere le reazioni, i “giudizi” e la vita reale di donne per cui scrivevo i progetti, che le mie convinzioni sono iniziate a vacillare.
La cooperazione internazionale ha come finalità quella di sostenere diritti umani fondamentali quali il diritto alla cittadinanza, al lavoro, ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere del singolo e della famiglia come citato dagli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e come riaffermato in forma attualizzata negli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (2). La cooperazione internazionale a favore delle donne pone al centro dei diversi progetti la priorità trasversale dell’uguaglianza di genere ed individua le donne come gruppo beneficiario.
Ma esistono veramente degli elementi specifici da tenere in considerazione che differenziano un progetto di cooperazione da un progetto di cooperazione “con le donne”?

Questione di tempi e di priorità

A Loropenì, dipartimento della Regione Sud-Ovest del Burkina Faso, durante l’identificazione partecipata della comunità dei criteri da seguire per l’assegnazione di alcune parcelle agricole, i mariti si preoccupano. Alcune parcelle da assegnare sono troppo grandi: “Ma se alle donne vengono assegnate alcune di queste parcelle, come riescono poi ad occuparsi della famiglia? Dove rimane loro il tempo?”
La famiglia ed il tempo sono concetti basilari e trasversali della tematica cooperazione e donne. Una donna è mamma, moglie e, nei luoghi in cui (fortunatamente) il senso di comunità è ancora forte, si prende anche cura degli anziani in casa. Quando mi è possibile allora, come donna, partecipare ad un corso? Ad un’attività? La mattina? La sera?
Le donne non solo non hanno la possibilità di dedicare un’intera giornata alla propria formazione ma, se non vengono facilitate nell’opportunità di portare i propri figli o comunque, favorite attraverso flessibilità di orari, non hanno proprio la possibilità di partecipare. Come giustificare infatti rispetto alle priorità familiari un’esigenza che dalla comunità viene percepita come una forma di egoismo?
Il non considerare questi fattori nel disegno di un’attività è probabilmente uno degli errori più grossolani che un progettista possa fare. Se poi, oltre alla famiglia, ai figli, agli anziani, ci si occupa delle attività del campo e del raccolto e ci si sposta quindi da un contesto urbano ad uno rurale dove tali attività sono di sopravvivenza per l’intero nucleo famigliare, non ci può essere spazio per altro.
Muhammad Yunus - fondatore della Grameen Bank - ha classificato le donne come il migliore “rischio di credito” degli uomini per la loro attitudine a priorizzare la famiglia come beneficiaria e allargando così l’impatto positivo del credito rispetto alla tendenza dell’uomo (Yunus, 2008).
Inevitabilmente, la domanda sottesa che rimane all’interno della comunità è quindi: quale è il valore aggiunto quando una donna partecipa ad un corso di formazione o ad un progetto di cooperazione rispetto al fatto di aiutare la propria famiglia?
Ovviamente non è abbastanza il fatto che quel corso potrebbe portare le donne a poter scegliere. Forse sì. Forse no. Ma potrebbe.
Così come non sembra del tutto fondamentale che dietro la possibilità di scelta e quindi, di pensare ad un lavoro “altro”, si potrebbe nascondere l’opportunità ancora più grande di pagare gli studi anche ad una figlia. Eh sì… perché a parità di possibilità, così come accadeva non molti anni fa anche in Italia nella mia stessa famiglia, è il figlio maschio che ha la possibilità di studiare anche nel caso in cui ne abbia meno voglia.
In un gioco di egoismi talvolta inconsapevoli, culturali, non importa, diventa quindi semplicemente fondamentale a volte, nell’idea progettuale, nascondere il coinvolgimento femminile in attività più “inutili ed aleatorie” quali progetti di alfabetizzazione finanziaria, di empowerment (così tanto criticato) o, peggio!, di supporto al loro diretto auto-impiego, raggirandoli con corsi pratici (quindi più accettabili): di trasformazione alimentare, artigianato, legati alla nutrizione dei bambini, ovvero una strategia sottile per ottenere lo stesso risultato!

Sviluppo ed impatto sociale

E se invece che in Africa ci si trova in Perù a Puno sulle sponde del lago Titicaca?
Mi siedo in un bellissimo caffè in stile coloniale. Sono riuscita a portare qui il mio docente di impresa sociale e anche solo per questo sono felicissima, proprio perché il progetto si concentra sul supporto alla microimpresa per donne. Sorseggiando la classica e dolcissima lemonada, che accompagna i vari pasti, lo ascolto mentre parla, meravigliato e felicemente stupito di come non percepisca quella disuguaglianza che in alcuni contesti si dà quasi per scontata. Non solo con noi lavorano donne forti e preparate ma anche le altre, che partecipano ai nostri corsi come beneficiarie, sono interessate, attive e dimostrano di essere libere nella gestione di un’impresa. Lo guardo e penso: quanto può essere pericoloso un contesto meno palese dove il raggiungimento di un’uguaglianza basilare nasconde a tutti noi una disuguaglianza forse ancora più sottile?
Non tutti sanno che alcune delle donne con cui stiamo lavorando sono libere di partecipare ad un progetto di cooperazione perché vengono apertamente mandate dagli uomini in attesa dei fondi (anche quando sono di minore entità). Così come forse non tutti sono consapevoli del fatto che le imprese sono solo apparentemente gestite da loro e quando si torna a casa può capitare che ci si aspetti che i fondi vengano “giustamente” consegnati al capofamiglia.
Chissà se tutti sono almeno consapevoli dell’impatto sociale che ha un progetto di sviluppo economico. Il dire no per la prima volta da parte di una donna alle richieste del marito perché alla fine a quei corsi si è partecipato e qualcosa si è appreso ha un che di rivoluzionario: si prova, sempre per la prima volta, una sensazione di competenza ed autostima. Le conseguenze che questa autostima si porta con sé sono contraddittorie. Positive: “Sono felice perché da quando porto soldi a casa mio marito non mi picchia più. Ho un’importanza ed un ruolo nel contesto famigliare”. Negative: “Sono dovuta scappare di casa di fronte al mio no a mio marito. Ma sono io che ho guadagnato quei soldi e non lo trovo giusto”.
Chissà se tutti si rendono conto di quanto sia pericoloso non avere questa consapevolezza. Implicherebbe una leggerezza imperdonabile non solo rispetto a quelle che vengono chiamate in termini tecnici “misure di mitigazione del rischio” ma anche rispetto alla valutazione reale d’impatto del proprio progetto.

L’importanza di uno staff al femminile

Assisto sempre più frequentemente a commenti quali: “se si vuole veramente fare empowerment e parlare di parità è fondamentale la presenza ed il coinvolgimento degli uomini”. Esulando da situazioni in cui questo è evidentemente non possibile, quali contesti in cui, ad esempio, la forte tradizione religiosa esclude direttamente la possibilità di gruppi misti, in tutti gli altri casi mi chiedo: È proprio così? E siamo proprio sicuri che non esista una differenza di metodo in base agli obiettivi? Ovviamente mi guardo bene ormai dall’avere certezze. Quello a cui mi limito è l’esperienza diretta vissuta.
Si parla spesso di appartenenza identitaria quale forma di afferenza di un individuo ad una qualsiasi collettività. La verità è che non ero consapevole del vero valore di questo termine fino a quando non ho sperimentato su un progetto un semplice cambiamento: dopo vari formatori è una donna, Rocio, ad assumere il ruolo di responsabile e le dinamiche del gruppo cambiano improvvisamente. “Non riesco a portare avanti la formazione nei tempi. Le donne si fermano con me. Si sfogano, mi raccontano, ed il corso si sta trasformando in un momento al femminile. A volte mi ritrovo che ci abbracciamo. Che ridiamo. Che le consolo…”.
L’entrata nel gruppo di lavoro di una donna formatrice ha risposto pienamente a quel senso di appartenenza e descrive quel bisogno dalla cui soddisfazione dipendono proprio quei fattori già citati: il proprio equilibrio emotivo, l’autostima, l’accettazione di sé e da parte degli altri, il senso di sicurezza (De Rose, 2015).
Un senso di appartenenza che, allo stesso tempo, lega anche Rocio a me, e mi spiega il significato e l’importanza che sia una donna ad avere il ruolo di coordinatrice. Io ero una donna, ad esempio, con la libertà di gratificare le colleghe chiamandole di fronte a tutti (ed anche ai loro capi) con l’attributo di “licenciadas” (“diplomata” attributo che a parità di titolo, ad un tavolo di lavoro, spetta solamente ai miei colleghi). Inoltre, avevo anche la grande responsabilità di rappresentare un esempio di possibilità per le altre donne per il solo fatto di avere un ruolo ed un lavoro.
Quanto è fondamentale fare attenzione a questo senso di appartenenza tra donne? Se si vuole fare empowerment degli uomini o della comunità forse no. Se le donne con cui si lavora hanno già vissuto un processo di consapevolezza, forse no. Se l’obiettivo è sensibilizzare sull’uguaglianza di genere, forse no. Se si vuole veramente fare un progetto per le donne, forse sì. Sempre a parità ovviamente di sensibilità e competenze.

Conclusioni

Non basta sicuramente un articolo a sottolineare tutte le esperienze, gli elementi e le caratteristiche che qualificano e che dovrebbero essere prese in considerazione in progetti di cooperazione con e per le donne. Ho qui citato soltanto alcuni esempi. Alcuni di questi fattori sono riscontrabili a livello trasversale in quasi tutti i progetti, alcuni hanno specificità rispetto a contesto, reddito, posizione della donna. La cosa certa è che questa differenza (cooperazione vs cooperazione con le donne) esiste e non per forza assume un’accezione negativa. Quando si disegna, gestisce, implementa un progetto è importante essere consapevoli delle dinamiche reali che caratterizzano uno specifico gruppo target e non sottovalutare queste tipicità. O per lo meno, essere consapevoli che le nostre convinzioni possono limitare la qualità e l’impatto reale del nostro lavoro, oltre a lasciarci sfuggire risultati molto più importanti di quelli prefissati al momento del disegno della nostra proposta progettuale.

Note
(2) I 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals -SDG) sono stati adottati il 25 settembre 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 70/1. “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” il cui testo integrale in lingua italiana è consultabile e scaricabile al link http://asvis.it/public/asvis/files/Agenda_2030_ITA_UNRIC.pdf


Riferimenti bibliografici
De Rose C.
2015 Appartenenza e identità: fondamenti, processi, rituali

Yunus M.
2008 Un mondo senza povertà, Feltrinelli.

Sitografia e fonti web
www.tamat.org

http://asvis.it/public/asvis/files/Agenda_2030_ITA_UNRIC.pdf

     
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Esperta in cooperazione Internazionale. Lavora presso Tamat, un’organizzazione non governativa con sede a Perugia che dal 1995 lavora in Italia, in Europa, in Africa, nei Balcani ed in America Latina. Tra i progetti realizzati: AwArtMali (Awarness Raising through Art on Irregular Migration Risks in Mali), RASAD (Reseaux d’Achat pour la Securité Alimentaire avec la soutien de la Diaspora Burkinabé d’Italie), EnTOURée: TOUrisme Responsable, Engagé et Féminin, GenderPlus.