Valerio Marinelli *
 
AUR&S 16

Consapevolezze e modelli difficilmente replicabili

Uno dei principali compiti che spetta alla storiografia è la periodizzazione, ossia la suddivisione della storia in periodi di tempo, «ciascuno contraddistinto da una serie di caratteri originali tali da renderlo individuabile rispetto alle fasi storiche immediatamente precedenti e successive» (1). Il 2008, anno in cui è scoppiata una crisi finanziaria ed economica paragonabile per certi aspetti a quella del 1929, pare aver già oggi assunto un valore “periodizzante” sia nel discorso pubblico generale sia in molti ambienti intellettuali internazionali. Come noto, la crisi ha coinvolto in particolare i paesi occidentali, ma in ogni territorio ha impattato in maniera differente, a seconda delle condizioni sociali, economiche e politiche proprie del contesto. In Umbria, a partire dal 2008, si sono attestati mutamenti profondi che, da un lato, hanno introdotto nuove problematicità e nuove potenzialità all’interno delle dinamiche socio-economiche regionali, dall’altro, hanno evidenziato con maggior forza carenze strutturali e sofferenze annose di vario ordine e grado. Insomma, anche per l’Umbria, la crisi economica ha segnato sotto molteplici punti di vista un passaggio d’epoca.
Da cosa, però, si evince in concreto questo cambiamento che osiamo definire “storico”? Innanzitutto, occorre rilevare che l’Umbria è stata la regione dell’Italia centrale dove la crisi ha morso di più. Le divaricazioni socio-economiche tra l’Umbria e il resto delle realtà che compongono la cosiddetta Italia mediana hanno così sperimentato un notevole e rapido aumento, determinando un’inversione di rotta rispetto agli sforzi di convergenza profusi nei precedenti decenni. Non a caso, negli ultimi anni, si è sentito spesso parlare di “meridionalizzazione” dell’Umbria, precisamente in riferimento a quei dati che sul piano economico e sociale hanno via via segnalato un progressivo slittamento della regione verso i trend e le caratteristiche tipiche delle aree meridionali del paese.
In secondo luogo, la crisi ha destrutturato alcuni meccanismi dell’andamento economico umbro consolidatisi in seguito al boom: in specie nei decenni Settanta e Ottanta, la regione tendeva infatti a crescere più della media nazionale nelle fasi di espansione e a rallentare più della media nazionale nelle fasi di contrazione economica. Quando invece nel 2014 l’Italia è timidamente ripartita, l’Umbria non ha agganciato appieno la ripresa, mantenendo diversi importanti indicatori al di sotto della media.
In terza istanza, in seno alla crisi, l’elevata coesione sociale sulla quale si era poggiato per almeno un trentennio lo sviluppo umbro si è andata sfibrando a causa del parziale smantellamento di settori produttivi importanti trainati da un’imprenditoria molecolare, a causa della montante disoccupazione e inoccupazione, a causa delle nuove migrazioni di giovani altamente scolarizzati, ma soprattutto a causa di un tasso di precariato tanto inedito quanto pernicioso. A fronte di un reddito inferiore alla media nazionale, la qualità dell’occupazione aveva fino agli anni Novanta consentito all’Umbria di fare leva sul suo capitale sociale per alimentare il dinamismo produttivo, per migliorare l’efficacia e l’efficienza dei servizi pubblici, per tutelare e corroborare la vitalità del complessivo tessuto civile. Lo sfarinarsi della coesione sociale ha avuto pesanti ripercussioni anche sull’attività dei governi locali: in breve, gli effetti della crisi del 2008 hanno messo in tensione la “governabilità”, cioè la capacità delle istituzioni di inquadrare e soddisfare i bisogni e le domande provenienti dalla pluralità dei corpi e degli ambiti sociali. Lo sviluppo umbro basato per larghe quote su una spesa pubblica robusta, razionale e conforme a una visione strategica abbastanza coerente ha pagato a caro prezzo una crisi che, oltre a sollecitare il rilancio di impostazioni centralistiche, ha decisamente ridotto le risorse finanziarie ad appannaggio delle istituzioni regionali e locali. In parallelo, ha leso e lacerato un tipo di cittadinanza orientata più che altrove alla partecipazione politica e alla mobilitazione civile. Non poco hanno di sicuro inciso la lenta agonia delle organizzazioni di massa e le crescenti difficoltà delle formazioni partitiche e sindacali nel mediare e rappresentare gli interessi collettivi. In questa cornice, la concertazione, metodo su cui la sinistra di governo umbra aveva investito con convinzione pure da prima della nascita dell’ente Regione, ha finito per avvitarsi e svilirsi ulteriormente.
Quello che forse in modo improprio negli anni Settanta fu chiamato “modello umbro” alla metà degli Ottanta si andava già sfaldando. Tuttavia, nelle battute finali del Novecento si apprezzavano ancora significative sopravvivenze di tale “modello”. Di fondo, resisteva l’idea che lo sviluppo economico e sociale della regione dovesse contare anzitutto su un virtuoso rapporto tra istituzioni pubbliche, società civile, comunità territoriali e forze produttive. La globalizzazione avvenuta sotto le insegne neoliberiste ha però trasformato radicalmente la relazione tra pubblico e privato, in parte rendendo il primo subalterno al secondo, in parte marcando con maggior nettezza in confronto al passato la separazione tra le due sfere. La crisi, nel suo divenire, ha enfatizzato ed esacerbato le implicazioni che ne sono derivate.
Il vecchio “modello umbro”, infine, puntava a riconfigurare il tradizionale rapporto tra città e campagna, quindi tra centro e periferia: con la globalizzazione si sono affermate le reti, le quali, per natura, non hanno un centro. Istituzioni e governi locali, assai poco attrezzati a interpretare un simile cambio di paradigma, hanno trovato serie difficoltà a combattere con i propri strumenti, le proprie prerogative e competenze, le nuove diseguaglianze, le nuove marginalità e le nuove solitudini sociali intervenute con la Grande contrazione.
In conclusione, la parabola della crisi ha sancito l’irreplicabililtà e l’irripristinabilità di situazioni e di soluzioni, di condizioni pratiche e di schemi di pensiero. Tratteggiare il futuro della regione, anche per sommi capi, sarebbe un esercizio più da profeti che da storici; tra l’altro - si sa -, nemo profeta in patria. Troppe sono le variabili sociali, economiche e politiche per poter azzardare previsioni a dieci anni. Di sicuro, sembra finito il tempo dei “modelli” su scala regionale: un mondo globalizzato e interconnesso, non permettendo equilibri stabili, impedisce o quantomeno frena la costruzione di un sistema di sviluppo circoscritto al solo territorio regionale. Occorre pertanto abbandonare le velleità modellistiche sia nel caso si volesse immaginare un’Umbria in rottura con il suo passato sia - viceversa - nel caso si volesse progettare un’Umbria in continuità con i suoi trascorsi politico-ideologici e politico-metodologici. In entrambe le prospettive, stante il sostrato identitario della regione, il recupero di un proficuo allineamento tra istituzioni, universo produttivo e cosmo sociale, unito alla riconquista di una fertile coesione sociale e civile, può rappresentare un valido e positivo volano di benessere.

(1) Wikipedia.org, ultima consultazione: 24 ottobre 2018.

@ Agenzia Umbria Ricerche

* Storico.