AUR&S 16
     
Francesco Musotti *
 

L'Italia centrale in punta di dibattito fra economia e cultura

SOMMARIO Il disegno delle Regioni italiane Il contributo degli economisti Strutture, interazioni, scambi fra Medioevo ed età moderna Percorsi dell’arte Dal passato alla contemporaneità: le nuove realtà economiche e sociali Tavola rotonda. Italia di mezzo: la cooperazione interregionale per un nuovo sviluppo

La lettura del volume L’Italia centrale tra Medioevo e contemporaneità che Emanuela Di Stefano e Catia Eliana Gentilucci hanno curato (dagli atti di un Convegno tenutosi all’Università di Camerino nel maggio 2016) e dato alle stampe qualche mese fa (dicembre 2017), per i Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, richiama alla mente due insegnamenti che Giacomo Becattini impartiva spesso ai giovani (e meno giovani!) ricercatori.
Con parole nostre possiamo riassumerli così. Primo, quando avete identificato una linea di studio della quale siete convinti, scavate, scavate, scavate. Guai a stancarvi: almeno finché i “rendimenti” conoscitivi non accennino a decrescere nettamente. Secondo, se cercate di capire un certo complesso di fatti, provate a coinvolgere altri scienziati sociali, che quei fatti possano inquadrare da prospettive complementari rispetto alle vostre. I dati empirici, sul terreno accidentato delle realtà socio-economiche o si colgono da diversi punti di vista, o non si dipanano.
Il volume curato da Di Stefano e Gentilucci risponde al primo suggerimento, perché riesce a portare nuovi materiali, essenzialmente storiografici, alle acquisizioni empiriche sulla cosiddetta Italia centrale (o Media, o Mediana, o, ancora, di mezzo), che ha guadagnato qualche spazio all’interno del dibattito circa le caratteristiche territoriali dello sviluppo italiano. E risponde al secondo, perché gli stessi materiali sono leggibili alla luce del mix di angoli visuali coperto da una squadra assortita di storici (del pensiero economico, del medioevo, dell’economia, dell’arte), studiosi di pianificazione ambientale e policy maker.
Su queste due coordinate si articolano le considerazioni che i vari capitoli del volume hanno stimolato in noi, sino a dettarci il presente scritto. Il quale intenderebbe oltrepassare i confini della recensione, per formulare alcune tracce interpretative.

Il disegno delle Regioni italiane

Un maestro della geografia italiana del secondo dopoguerra, scriveva più di quaranta anni fa, riguardo alla nostra regionalizzazione istituzionale (2): “L’idea di regione è una fra le meno chiarificate, anzi fra le più confuse e ingarbugliate, di quante ora abitualmente si usano in campo politico, economico, urbanistico o genericamente culturale. E di conseguenza la prima cosa da chiarire... è la natura delle situazioni che sono state affrontate rivolgendosi ai concetti di regione... e le angolazioni da cui sono stati visti e gli obbiettivi a cui sono stati destinati i concetti di regione” (Gambi 1977, p. 276)”.
In effetti la categoria di regione (3) ha incorporato continuamente nuovi contenuti, via via che i geografi, nel corso dei secoli, hanno registrato il cambiamento dei loro oggetti di studio (Dematteis 1989). Le definizioni di regione omogenea naturale, regione omogenea storica (etno-culturale), regione programma, regione funzionale, regione istituzionale (politica) si sono stratificate una sull’altra, e spesso pure annodate (Gambi 1977) (4), invece che sostituirsi, perché i punti di vista che le ispiravano si sono aggiunti ai precedenti, piuttosto che scalzarli.
In un quadro così intricato, la vicenda della regionalizzazione politico-amministrativa italiana ci ha messo, poi, molto del suo per complicare le cose. “... in Italia, una vera democrazia moderna, intesa come pratica d’autogoverno e come sviluppo delle autonomie regionali, cioè degli interessi particolari nell’ambito dello stato unitario, non si ebbe... E rimase un problema aperto” (Morandi 1944, p. 116). Dopo l’Unificazione della penisola, fallito il progetto di regionalizzazione autonomistica dei ministri Farini, prima, e Minghetti, poi, (Gambi 1977), Pietro Maestri delinea nel 1864, sulla base di lavori precedenti, un riparto del territorio nazionale, a scopi statistici (in vista del primo Censimento del Regno), per accorpamento delle province in 14 compartimenti. Ciascun compartimento “... non aveva niente a che fare con la regione - era da usare solo provvisoriamente, cioè da ritenere transeunte” (Gambi 1977, p. 294), in attesa di una nuova sistemazione, previo il necessario approfondimento conoscitivo.
Come non detto. “Qualche anno dopo... nel ‘68 e con migliore edizione nel ‘70 - la più autorevole illustrazione di geografia fisica, economica e politica dopo l’unificazione, che ebbe larghissima divulgazione nelle scuole da cui uscivano in quegli anni le classi dirigenti, e che fu plagiata nella sua impostazione da numerosi testi scolastici di ogni grado negli anni seguenti, fino al nostro secolo... chiamò i «compartimenti» del Maestri come «regioni». E questa denominazione, ignorando qualunque giustificazione storica, diventò ufficiale nel 1913 per deliberazione governativa” (Gambi 1977, p. 294).
Di più, simile “inerzia definitoria” attraversa i decenni e la ripartizione di Maestri funge da matrice anche per le Regioni formalizzate dall’art. 131 della Costituzione repubblicana. “... se abbastanza utile ai fini di una più razionale regionalizzazione poteva dimostrarsi negli anni dopo la guerra - per le parti della penisola meno impegnate o neanche sfiorate dal fenomeno industriale - la definizione di regione nata... agli inizi del secolo, più avanti... ha perduto di significato: almeno per una buona metà dello spazio italiano” (Gambi 1977, p. 295).
Peraltro, è necessario non darsi nemmeno aspettative fuori luogo: l’ipotesi di una regionalizzazione appena soddisfacente, a dire di Dematteis, apparirebbe comunque proibitiva: “... nel caso italiano non solo la partizione regionale è stata «artificiale», ma... essa è tale necessariamente, non essendoci alcuna articolazione né storica, né etnica, né economico-funzionale che copra tutto o gran parte del territorio italiano al livello gerarchico regionale... Non solo, ma le grandi differenze strutturali tra le diverse parti della Penisola e del Mezzogiorno in particolare, giustificano la forte flessibilità dei criteri adottati (si pensi alla differenza tra la Lombardia e regioni come il Molise e la Basilicata)” (Dematteis 1989, p. 463).

Il contributo degli economisti

Gli economisti che si sono occupati, e continuano ad occuparsi, dello sviluppo socio-economico italiano secondo una prospettiva geografica si sono inseriti in questo vero e proprio puzzle lungo due strade. Una è scaturita, rigorosamente, dall’interno dell’analisi economica stessa e ha prodotto la regionalizzazione funzionale per sistemi locali del lavoro (Sforzi 2012), proposta la prima volta sui dati dei Censimenti (demografico e delle attività produttive) 1981 e riproposta per i Censimenti successivi (1991, 2001, 2011). In questa ottica, le regioni funzionali identificate, i sistemi locali del lavoro appunto, sono strumenti di definizione degli oggetti di studio. Strumenti, cioè, coerenti con una visione teorica costituita dai luoghi (società locali) che fanno l’attività economica.
L’altra, decisamente spuria, ha presupposto, molto pragmaticamente, come unità d’indagine le Regioni istituzionali (politico-amministrative). Una scelta evidentemente estranea a fondamenti teorico-economici (Sforzi 2012) (5), ma giustificata, in qualche modo e misura, sul piano della politica. Le Regioni istituzionali (meglio, istituzionalizzate lungo il solco puramente geo-statistico di Maestri) sono comunque soggetti politici, quindi anche soggetti di politica economica. I quali, nel caso (storicamente meno lontano rispetto a quello degli Statuti speciali) delle Regioni a statuto ordinario da quasi cinquant’anni segmentano la realtà italiana con le proprie scelte, ne influenzano lo svolgimento e sono (bene o male, più o meno) sussunte dagli operatori nei loro rapporti formali con la sfera pubblica.
Rispetto ad oggetti simili, ciò che gli economisti possono tentare, e hanno tentato, sono esercizi di classificazione secondo un principio, chiamiamolo così, di omogeneità dei processi di sviluppo. Da qui l’antico dibattito sul dualismo Nord e Sud e poi, dagli anni Settanta-Ottanta, la scoperta della cosiddetta Terza Italia, etichettata altrimenti come NEC (Nord-est e Centro, con l’eccezione del Lazio, che sarebbe dunque una “Quarta Italia”!).
Un paio di ondate di convulsione politica, l’emergere (disordinato) di istanze federaliste negli anni Novanta del secolo scorso, e il sussulto neo-centralista associato al tentativo di riforma istituzionale del Governo-Renzi, anche sotto gli sconquassi della Grande Recessione dai quali le diverse economie regionali si sono “riavviate” con grandi differenze, hanno a più riprese spinto a ridiscutere (sebbene molto accademi-camente) la maglia regionale stabilita dalla Costituzione.
Abbastanza “bersagliata” è stata proprio la Terza Italia, che già aveva fatto acqua poco dopo la sua individuazione (6), In ripetute occasioni si è ragionato sulla congruità di distinguere una macroregione Toscana-Umbria-Marche, ben diversa dalle regioni del Nord-Est e “omogeneizzata” da secoli di civiltà mezzadrile, sfociati in una storia recente di industrializzazione leggera (per distretti) e di fitta armatura urbana, incardinata sui perni, medi e piccoli, di antiche città-mercato (Dematteis e Lanza 2011). Più o meno di recente, tale ipotesi ha attirato impegno sul piano della ricerca (Bracalente, Moroni 2011; Alessandrini, Bracalente, Casini Benvenuti 2016) e suscitato dibattiti sui fronti sindacale (Cgil, Cisl, Uil 2016) e politico (Regione Marche, Regione Umbria, Regione Toscana 2016).
Di Stefano e Gentilucci si sono immesse in questa prospettiva animate da una filosofia conoscitiva originale, quale possono avere studiose di un Ateneo appenninico, arroccato in un’area interna, come si dice oggi. Un’area che separa, da quando il grosso delle attività produttive è “sceso a valle” sui due versanti, ma che per secoli ha operato da cerniera per i movimenti di uomini e merci fra Tirreno e Adriatico e, non di meno, attraversata da flussi longitudinali. Cosicché la linea dell’Appennino fra Umbria e Marche è concepibile come sedimentazione plurisecolare dell’asse innervante di una grande regione che arriva a comprendere l’Abruzzo, lungo l’Adriatico, e si amplia, lungo il Tirreno, a Sud con il Lazio settentrionale e a Nord con la Toscana. Insomma un’Italia mediana molto estesa, in cui, proprio grazie alla rivitalizzazione di quell’asse interno innervante, oggi piuttosto rarefatto, andrebbe disseminata la spinta di sviluppo delle vie tirrenica e adriatica.
Gli studi raccolti dal loro volume si articolano in filoni argomentativi, corrispondenti ai paragrafi che seguono.

Strutture, interazioni, scambi fra Medioevo ed età moderna

Giuliano Pinto (“I tratti comuni di un lungo percorso: Toscana, Marche, Umbria, secoli XIII-XV), riepiloga con dovizia gli elementi, di varia natura, ma tutti molto rilevanti, che nel più basso Medioevo conferivano omogeneità e integrazione economica al blocco territoriale di Toscana-Umbria e Marche. La fitta maglia urbana e il popolamento della montagna. La diffusione capillare dell’industria tessile. La pervasività nelle campagne della mezzadria appoderata e quindi dell’insediamento sparso. Lo smercio nei centri toscani dei prodotti carnei dell’Appennino umbro-marchigiano. La resistenza della maglia comunale al dilagare delle signorie, superiore a quella dell’Italia settentrionale. La circolazione tra comuni di Podestà, Capitani del Popolo e ufficiali favorita dalla condivisa appartenenza guelfa. La ricchezza del patrimonio urbanistico, sia civile, che religioso.
Fattore di dissonanza, non certo piccolo, in un quadro simile era la giustapposizione fra il policentrismo toscano, concentrato su Firenze, una delle maggiori città europee del tempo, ma anche su Siena e Pisa (40-50 mila abitanti) e quello polverizzato di Umbria e Marche, che in uno spazio pari a circa l’ottanta per cento della Toscana contavano 35 centri di almeno cinque mila abitanti (contro i 16 toscani) e 29 diocesi (contro le 12 toscane).
Emanuela Di Stefano (“Spazi economici dell’Italia centrale: reti mercantili e scambi commerciali nel basso Medioevo”) ha lavorato sulle tracce delle correnti mercantili e dei centri dove si sono formati differenti nuclei manufatturieri, per restituire il quadro di una regione la cui economia, sempre nel basso Medioevo, non era abbastanza riducibile al dominio industriale, oltre che bancario, di Firenze, e più in generale del versante tirrenico su quello adriatico.
I flussi commerciali fra Tirreno e Adriatico hanno tratto giovamento da nuovi sentieri, valichi e snodi lungo la dorsale appenninica, mentre da Nord a Sud la “via degli Abruzzi” saldava Firenze con Napoli, attraverso Perugia, L’Aquila, Sulmona, Capua: “... emergono, in estrema sintesi, snodi e fasci viari che costituivano passaggi obbligati sia per scambi interappennici che per i traffici a lunga distanza... il segmento L’Aquila-Norcia, con i suoi innesti in direzione di Perugia, Firenze e Roma... il tratto superiore della Flaminia a nord; il segmento Camerino-Spoleto... in direzione di Ancona, Firenze o Roma; infine l’asse pedemontano che collegava Venezia-Fano a Fabriano e Camerino... ” (Di Stefano, p. 33).
L’asse appenninico, specie nelle Marche, oltre che sorreggere la ricordata rete connettiva “intrecciava” un tessuto manufatturiero, specializzato in prodotti cartacei e tessili, il quale ”... si distende... da Urbino a Fabriano, da Camerino ad Ascoli, includendo centri medi o minori come Fossombrone e Pergola, Matelica e San Severino, San Ginesio e Amandola, Montefortino e Montegallo” (Di Stefano, p. 35). Notevole il dinamismo di “... Fabriano e Camerino... ove operano mercanti e imprenditori in grado di tessere relazioni di ampio respiro con i mercati del Regno
(7), del Lazio, della Toscana, Venezia, il Mediterraneo e il Nord Europa” (Di Stefano p. 37). Perugia, forte della sua localizzazione, fungeva da snodo dei traffici, verso Nord-Ovest (Pisa e Firenze), Nord-Ovest (Fabriano e Ancona) e Sud (L’Aquila e Napoli). Di non poco conto, poi, gli scambi fra Appennino manifatturiero umbro-marchigiano (Norcia, Camerino, Gubbio e Fabriano) e Abruzzo interno (L’Aquila e Sulmona), dove si concentravano produzioni di latte e carni.
Ivana Ait e Angela Laconelli (“Movimenti interregionali di uomini e merci: il Reatino e la Tuscia pontificia nel quadro dell’Italia centrale tra ‘300 e 400”), focalizzano le forme d’integrazione dell’Alto Lazio, cioè di Rieti e Viterbo con i territori contigui a Nord. Integrazione per il transito dei prodotti agricoli dal Mezzogiono (cereali di Puglia e Sicilia), lungo la via degli Abruzzi (Rieti) e per i traffici verso i maggiori centri toscani, umbri e marchigiani, che usufruivano, dal mare, degli approdi tirrenici (Viterbo). Viterbo, inoltre, è via via diventata un centro chiave per la fornitura di lana abruzzese alle manifatture di Firenze. Ma anche integrazione per la fornitura diretta di «derrate alimentari, bestiame, materie prime e semilavorati» (Ait, Laconelli p. 52). Senza trascurare l’intreccio di relazioni che accompagnava la transumanza del bestiame dalla fascia appenninica all’area di Roma.

Percorsi dell’arte

La ricognizione su storia e patrimonio artistici hanno un duplice significato per il nostro ragionamento. Dal lato strettamente geografico è chiaro come ciò che contribuisca ad un comune retroterra culturale fornisca una premessa fondamentale all’ipotesi di una regione unitaria. Dal lato strettamente economico, l’economia della cultura, che da una cinquantina d’anni rappresenta una fertilissima sezione degli interi studi economici, ci insegna come la potenza e la qualità del motore, ci sia consentita la parola, culturale di una società costituisca altresì un fattore cruciale dello stesso sviluppo materiale, in netto contrasto con l’idea, ancora tenacemente diffusa, che sfera culturale e sfera economica rappresentino entità radicalmente estranee una all’altra.
Gabriele Barucca, con un contributo tanto succinto, quanto sapido (“La circolazione della cultura figurativa tra Marche, Umbria e Toscana. Storie di incontri e apporti reciproci: Raffaello”) pone la seguente, suggestiva, questione: “Come giunse Raffaello ad elaborare un linguaggio formale che con il suo equilibrio e la sua limpidezza rappresenta una delle vette più alte della cultura figurativa occidentale” (Barucca, p. 69)? L’ipotetica risposta è non meno stimolante dal nostro punto di vista: la formazione di Raffaello riflette “... la testimonianza più rilevante ed esemplare della circolazione della cultura figurativa tra Marche, Umbria e Toscana...” (Barucca p. 69). È una formazione che prende corpo all’interno della cosiddetta bottega. Il luogo in cui creazione artistica e ricerca espressiva s’incorporavano in una materialità artigianale. “Questa componente... connessa alla parte manuale del mestiere, alla “praxis”, era così profondamente radicata nella cultura artistica dell’Umanesimo, che proprio Raffaello, diversamente dai suoi grandi contemporanei Leonardo e Michelangelo, mostra costantemente nel corso della sua sfolgorante ancorché breve carriera un interesse non superficiale per i processi di lavorazione nonché per l’organizzazione pratica dell’ampia équipe di artefici che aveva accolto...” (Barucca, p. 71).
Se ogni bottega del genere è, di fatto, assimilabile ad una fabbrica, in senso letterale, del bello, la diffusione in Toscana-Umbria-Marche di botteghe in cui l’abilità arti-gianale costituiva il substrato necessario dell’espressione arti-stica non può non essere intesa come il sedimento culturale di un’educazione al bello, che nel secondo Novecento, proprio in queste regioni, come sappiamo, ha ispirato la formazione di distretti manifatturieri specializzati in beni di gusto per la persona e per la casa. Alla luce di tali considerazioni, non è forse inutile riandare alle cartine delle merceologie distrettuali individuate dall’Istat, e verificare come nel centro Italia abbiano dominato le presunte “frivolezze” fashion del made in Italy, che di frivolo non hanno assolutamente niente (tessile, abbigliamento, calzature, gioielleria, arredamento). Mentre in quelle settentrionali alla cultura dei beni di gusto si è giustapposta quella della meccanica (IPI 2002).
Ma c’è dell’altro, e sempre alla luce di ciò che oggi insegna l’economia della cultura. La formazione di Raffaello si è arricchita mediante i contatti con altri grandi dell’epoca, impegnati nella regione che stiamo considerando: il Perugino, il Pinturicchio, Signorelli. La circolazione di, e l’interazione fra, simili geni non avrebbe avuto luogo se le città dell’epoca non avessero beneficiato di un mecenatismo, che attraverso la grande committenza cercava di dotare di statuto morale le “casse” paganti. E sintomatico di una cultura sociale che, oggi, rappresenta un grande patrimonio storico, identitario per i territori che ne erano pervasi.
Silvia Blasio (“Barocci e barocceschi nell’”Italia di mezzo”) riprende, sviluppandolo, il tema della bottega, con il sottolineare come quella, urbinate, formatasi intorno a Federico Barocci fosse una :”... sorta di sofisticata catena di montaggio basata sulla ripresa di idee, invenzioni, studi generali e parziali di composizioni del maestro che gli allievi e collaboratori potevano riprendere, con un taglio di più moderna imprenditorialità rispetto alla tradizionale bottega rinascimentale...” (Blasio pp. 90-91).
Italo Moretti (“I percorsi dell’architettura romanica: Marche, Toscana, Umbria) prende in esame la diffusione dell’architettura romanica e non riscontra fra Toscana, Umbria e Marche elementi di omogeneità. Quasi a testimoniare, indirettamente, che il processo di integrazione fra le tre regioni, mostrato dagli altri contributi, abbia preso il via, essenzialmente, a partire dal basso Medioevo.

Dal passato alla contemporaneità: le nuove realtà economiche e sociali

Il terzo filone di analisi cerca di proporre collegamenti fra analisi storica e attualità, con un occhio alle prospettive e quindi alla discussione sulle politiche.
Marco Moroni (“Dalla Terza Italia alla macroregione dell’Italia di mezzo), ripercorsa la genesi della Terza Italia (Bagnasco 1977), o NEC (Fuà 1983), e le peculiarità, all’interno di essa, delle regioni centrali, dovute al retroterra storico di mezzadria, si concentra sulla prospettiva (auspicabile? possibile?) che funge da sfondo per l’intero volume: l’ipotesi della macroregione centrale, indipendentemente dalla forma che potrebbe assumere (nuova Istituzione? coordinamento strategico delle Regioni esistenti?).
Si ricorda come questa prospettiva abbia fatto capolino più volte, molto sterilmente, a in passato: “... nei primi anni Settanta, quando le Unione delle Camere di Commercio del Lazio, della Toscana, dell’Umbria e delle Marche avevano organizzato a Firenze due grandi convegni (nel 1970 e nel 1972) per chiedere al governo una politica specifica per le regioni dell’Italia centrale... negli anni Novanta, dopo i convegni di Perugia 1994 e di Orvieto 1997, e nei primi anni del nuovo secolo, anche dopo il patto sottoscritto a Cagli nel 2009 dai rappresentanti delle Regioni Toscana, Umbria, Marche e Lazio. Il fatto nuovo del 2016 è l’iniziativa presa dai tre presidenti delle Regioni Toscana, Umbria e Marche che nel mese di giugno hanno firmato un Protocollo d’intesa...” (Moroni, pp. 166-167).
Tre, in particolare sarebbero, in chiave tanto storica quanto attuale, gli assi portanti di un’intesa, definiamola genericamente così, appunto fra Toscana, Umbria e Marche:
- i legami con l’identità delle comunità locali che ha sempre contrassegnato lo sviluppo delle tre regioni;
- la condivisione della fascia appenninica, cui spetterebbe di giuocare da «volano di uno sviluppo sostenibile» (Moroni, p. 165);
- la notevole qualità comune del welfare locale e delle politiche sociali, sulla quale si è costruito un modello di civiltà e convivenza.
Paola Pierucci (“Origine ed evoluzione di due sistemi universitari nell’Italia centrale: Abruzzo e Marche), con poche e snelle pagine sulla storia universitaria di Marche e Abruzzo rafforza la coerenza del volume. Da un fondamentale, socio-istituzionalmente, punto di osservazione infatti, coglie la vitalità della fascia appenninica risalente nei secoli. Pensiamo ai tre atenei gloriosi atenei marchigiani di Camerino (XIII secolo), Urbino (inizio XVI secolo), Macerata (XVI secolo), e al primo nucleo di studi superiori di L’Aquila, dove: “A partire dagli ultimi anni del Cinquecento, i Gesuiti impartivano l’istruzione superiore nel loro collegio, l’Aquilanum Collegium che, nel 1767, divenne Collegio Reale dove si impartivano lezioni di teologia, filosofia e storia, matematica, belle lettere e lingua greca” (Pierucci, p. 178). Nel secondo dopoguerra, la discesa a valle delle attività produttive e la potenziale domanda formativa dei giovani delle famiglie non abbienti, scoraggiati dall’onere del soggiorno fuori sede, creano le premesse per nuovi atenei lungo la costa. Di Ancona, avvio a novembre 1959, nelle Marche e del Consorzio Chieti-Pescara-Teramo, che nel 1965 diventa Libera Università Abruzzese degli studi Gabriele D’Annunzio, in Abruzzo.
Massimo Sargolini (“I paesaggi del Centro Italia: dal passato alla contemporaneità), dalla prospettiva dell’urbanista, sottolinea come l’idea di una macroregione centrale, sebbene distinta dalle altre aree italiana per una “civilizzazione collinare” (categorìa in sé bellissima!), sia plausibile non tanto in chiave di omogeneità, quanto in quella, a nostro avviso ben superiore, della complementarietà: “Come in ecologia, è proprio la diversità tra patches diverse che crea la ricchezza delle biocenosi risultanti; e le aree ecotonali (cioè quelle di passaggio da un ambiente all’altro) sono quelle di maggior valore” (Sargolini, pp. 190-191).
Il quadro fisico, del resto, si presenta nettamente “spaccato”: ... nella parte adriatica, si rileva, in area pedemontana, una fascia collinare, più o meno dolce, intervallata da valli fluviali parallele e quindi una pianuira costiera che termina con un litorale basso e sabbioso... il sistema paesaggistico tirrenico è molto più complesso, con una serie di rilievi minori e pianure interne... Nei diversi studi presenti in letteratura... le Marche sono sempre accorpate con l’Emilia e con il resto della Pianura Padana appartengono all’area continentale mentre gran parte dell’Umbria e della Toscana è in quella mediterranea. Queste classificazioni riflettono differenze... consistenti sia da un punto di vista climatico... che dell’evoluzione ecologica” (Sargolini p. 193).
Manuel Vaquero Piñeiro e Francesca Giommi (“Tipico e tipicità territoriali dell’Italia centrale: nuovi modelli di sviluppo economico?”) pongono sotto la loro lente analitica l’attualità di quel mondo agricolo che nelle regioni considerate ha avuto parte di non poco conto a innescare l’industrializzazione leggera per distretti (Musotti 2001). Un mondo che fatica a istituzionalizzare per se stesso, orientandovi il congruo impegno politico, la stessa formula distrettuale. A dispetto delle possibilità offerte dal Decreto legislativo 228/2001, secondo due modelli: il distretto agro-alimentare di qualità e il distretto rurale. Ma soprattutto a dispetto di quanto Toscana, Umbria e Marche siano in grado di offrire, a fruitori in cerca di differenziazione ed esplorazione culturale, grazie ai propri territori più rurali e alle specialities e integrated specialities (in primo luogo via agriturismo) delle rispettive produzioni primarie (Becattini, Omodei Zorini 2003).
Le cose risultano molto meglio avviate circa la combinazione territorio-enologia, se le tre regioni possono contare 36 delle 157 strade del vino riconosciute in tutta Italia. E lo stesso dicasi con riguardo all’olivicoltura: le adesioni al movimento delle strade dell’olio sono, sempre nelle tre regioni, 87 sulle 342 italiane. In complesso si può osservare che: “Se prima il territorio era uno strumento rivolto alla costruzione di un contesto favorevole alla produzione, nell’attualità invece si chiede ai territori di trasmettere valori positivi, sociali e ambientali... il brand dei singoli beni va oltre e si riempie di nuovi significati immateriali” (Vaquero Piñeiro, Giommi, p. 223). In ragione dei quali, sottolineiamo, non si riesce a distinguere l’economia dell’agricoltura dall’economia della cultura.
Catia Eliana Gentilucci integra i ragionamenti di raccordo fra passato e presente con una stimolante “chicca”, di storia del pensiero economico (“L’Europa tra vocazione mediterranea dell’Italia centrale e capitalismo luterano”). La sua ricostruzione compara i fondamenti della filosofia economica tedesco-luterana con quelli della filosofia italiana-cattolica, anzi, meglio, di una filosofia mediterranea, reimmergendosi nella quale ritroviamo proprio i luoghi dell’Italia centrale. Le terre, cioè, d’origine di Francesco e i suoi. “In Italia tale visione fonda le sue radici nella scuola francescana del XIII secolo e nel successivo umanesimo civile del XV secolo. La ragione mediterranea trova, quindi, i suoi riferimenti nell’Italia centrale” (Gentilucci, p. 233).
Se Francesco ritiene che: “... il peccato originale possa essere espiato attraverso un atteggiamento verso la vita dedito alle buone azioni... alla povertà delle cose (possedere solo quella ricchezza necessaria a vivere in modo dignitoso condividendo il superfluo con gli altri)” (Gentilucci pp. 229-230), per Lutero: “... l’uomo è segnato per sempre dalla colpa del peccato originale. Solo Dio potrà decidere chi verrà salvato” (Gentilucci, p. 229).
La distanza dei presupposti teologici si trasferisce pari pari in quella tra le concezioni economiche che possono scaturirne. L’uomo che non può salvarsi con le proprie azioni, adotta una logica puramente razionale, quindi calcolante, e si riduce a semplice individuo. Un individuo tendenzialmente ostile alla politica, perché qualsiasi interferenza con le sue scelte calcolanti (e relativi comportamenti calcolati) corrompe la “perfezione” (l’oggettivita!) del calcolo allocativo stesso. L’uomo che, invece, con le proprie azioni può salvarsi è intrinsecamente proiettato alle relazioni con gli altri e quindi s’impersona, diventa persona, che vuol dire intreccio di legami con gli altri. La logica della persona è ragionevole, piuttosto che razionale, animata da soggettività benevolente, ispirata a reciprocità. E non pregiudizialmente ostile alla politica, perché questa, se attenta alla cura delle persone (povere perché) smarrite, non è affatto distorsiva nei confronti del bene e del buono.
La contrapposizione di principi appare tanto radicale, quanto sono lontane le teologie sottostanti. E si ritrova nel dibattito economico attuale: “L’identità «ragionevole-efficacia-valori» ha forgiato la visione dell’Economia civile dei paesi mediterranei (soprattutto Spagna e Italia); mentre la valenza (luterana) «razionale-efficienza-avalorialità» è a fondamento del modello tedesco dell’Economia sociale di mercato” (Gentilucci, p. 232).
Se, come pensano i geografi, per fondare, o rifondare una regione, occorrono idee-forza interpersonali (comunitarie!), prima ancora che motivazioni economiche, in cui il gruppo umano riesca a riconoscersi, la sorgente francescana, per l’Italia centrale, vuol farci capire Gentilucci, farebbe al caso come nessun’altra.

Tavola rotonda. Italia di mezzo: la cooperazione interregionale per un nuovo sviluppo

Il volume è completato dai contributi della tavola rotonda che al Convegno del 2016 ha riunito, sotto la direzione di Daniele Salvi, policy-maker e consulenti di policy-maker di Toscana (Alessandro Cavalieri), Marche (Pietro Marcolini), Umbria (Mauro Agostini) e Abruzzo (Roberto Mascarucci).
I temi toccati sono stati così numerosi e di rilievo, che per riferirne occorrerebbe non meno spazio di quello occupato sin qui. Ma riteniamo di poterci limitare ad un invito alla lettura diretta, con tre, per nulla politically correct, e diciamo pure acuminate, citazioni. Le quali riconducono, almeno in parte, agli argomenti con cui abbiamo iniziato e spaziato, per vero dire, ben oltre l’orizzonte dell’Italia centrale.
“...di fronte al fallimento del regionalismo indifferenziato, del federalismo proporzionale, penso sia maturata una riflessione critica sul fatto che le Regioni non sono state all’altezza dei compiti, che la parte maggioritaria di esse non ha assolto quei compiti e quindi ha dovuto dichiarare fallimento” (Marcolini, p. 261).
“Regioni delle dimensioni di quelle italiane, così come sono state disegnate dalla Costituzione, in gran parte rifacendosi a confini storici precedenti allo Stato unitario, sono insufficienti a costituire un “ponte” fra la legittimazione del livello locale come sistema capace di una sua regolazione democratica e le dinamiche economiche, ma anche e soprattutto sociali, politiche e culturali, che viaggiano a una dimensione globale” (Cavalieri, p. 267).
“... le Regioni così come sono oggi non sono difendibili... per le responsabilità soggettive delle Regioni... Credo anch’io che il terreno privilegiato sia quello della “cooperazione rafforzata”... Mi domando, però è sufficiente questo? È sufficiente la “cooperazione rafforzata”, mantenendo le attuali venti Regioni?... la risposta è no, non è sufficiente” (Agostini, pp. 280-281).
“Briciole” per un altro convegno...

Note
(2) Assumiamo da Gambi per regionalizzazione l’“... operazione di cui lo stato si è servito per dare organicità e uniformità istituzionale ai complessi umani - territorialmente definiti in entità di diversa origine storica - che lo formano, alle energie e quindi alle produzioni che ciascuno di loro è in grado di metter in opera, ai rapporti fra loro... è il vertice dei poteri dello stato (corte o parlamento che sia) che decide e naturalmente edifica, secondo i suoi criteri e fini, la regionalizzazione...” (Gambi 1977, p. 276). Un'operazione, dunque tipicamente top-down. Altro concetto, diciamo invece bottom-up, quello di regionalismo: “Il regionalismo per l’opposto può considerarsi che consista nel riconoscimento di aree contrassegnate da una omogeneità, o meglio da una particolare forma di coesione e coordinazione per ciò che riguarda in primo luogo la struttura economica e i patrimoni culturali: aree che esistono in molti casi, con una loro chiara individualità, prima di una regionalizzazione, o che si formano per normali processi di dinamica storica interiormente al disegno di una regionalizzazione invecchiata, svuotata e tenuta però in vita dagli sforzi conservativi di poteri molto radicati” (Gambi 1977, p. 277). Su regionalizzazione e regionalismo suggeriamo la lettura di (Spagnoli 2016).
(3) “Dal punto di vista fattuale oggi per «regione geografica» intendiamo una parte della superficie terrestre che presenti congiuntamente questi requisiti: (1) che sia costituita da un insieme di luoghi contigui; (2) che tali luoghi abbiano tra loro una o più relazioni o attributi in comune; (3) che essi si differenzino per quanto riguarda tali relazioni o attributi dai luoghi circostanti, facenti cioè parte di altre regioni” (Dematteis 1989, pp. 446-447).
(4) “La regione, come corpo in sé determinato, come realtà che esplica meglio di altre le caratteristiche individuanti di una società o di una zona, forma un nodo di concetti usato anche da coloro che si dedicano alla descrizione e alla illustrazione di paesi... nella pretensione di inquadrarne la globalità, come è per i corografi rinascimentali, per gli statistici del secolo scorso, e per i geografi del nostro secolo” (Gambi 1977, p. 283).
(5) “The region in Regional Economics is different from the region in Economic Geography (which corresponds to a productive agglomeration) and from the region in Political Science (which corresponds to a political-administrative entity). Moreover, while for Economic Geography and Political Science the region itself is the object of study, for Regional Economics it is the instrument used to investigate economic phenomena and take policy decisions.
Regional economists are aware of this difference, but they have shown a regrettable tendency to ignore it, and to use administrative units as a proxy of the region in their empirical analyses. Sometimes, they claim that this choice is due to the lack of alternatives, or the impossibility of having a region consistent with the theoretical assumptions of Regional Economics. But they should not underestimate the fact that if the unit of investigation they adopt is not consistent with the theoretical framework of the discipline, empirical results will be meaningless” (Sforzi 2012, p. 3).
(6) Più volte, agli Incontri di Artimino sullo Sviluppo Locale, abbiamo avuto modo di ascoltare gli appunti polemici di Becattini sulla riproposizione indefessa di categorie, appunto, quali Terza Italia e Nec. Categorie, teneva a precisare, che erano state utilissime ad avviare il dibattito sull’industrializzazione per distretti, ma rese obsolete dall’individuazione di molti distretti industriali in regioni di più antica industrializzazione, come Piemonte e Lombardia.
(7) Regno di Napoli.

Riferimenti Bibliografici
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2012 “From Administrative Spatial Units to Local Labour Market Areas”, in: Vàzquez Esteban Fernàndez, Morollòn Fernando Rubiera (eds), Defining the Spatial Scale in Modern Regional Analysis. New Challenges from Data at Local Level, pp. 3-21; Springer Heidelberg New York Dordrecht London.

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2016 “«Regionalizzazione» o «Regionalismo»: i termini di un dibattito ancora in corso”, Bollettino della Società Geografica Italiana, Serie XIII, vol. IX, pp. 93-105, SGI, Roma.

 

     
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* Università degli Studi di Perugia.