AUR&S 16
     
  Marco Pizzi *  
 

Essere giovani in un presente liquido

SOMMARIO Generazione veloce Il nuovo panorama lavorativo e l’innovazione Conclusioni

Diverse voci autorevoli del mondo della sociologia lo hanno detto: il mondo d’oggi è liquido, mutevole, sfuggente; è un mondo fatto non più di luoghi precisi e tradizioni, ma di flussi in movimento. E così le genti che abitano questo tempo. Ma è sempre stato così? Oggi possiamo osservare da vicino una mutazione profonda che differenzia non solo la generazione dei “nonni” da quella dei “nipoti”, ma che si dirama in una rete di crepe dai contorni sfumati, che determinano piccole differenze già all’interno della fascia d’età di coloro che hanno vissuto gli anni centrali della propria formazione scolastica tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Raccontare queste sfumature e questa generazione è una sfida che impone un alto livello d’ascolto.
Cinquant’anni dopo quel 1968 che sentiva il rumore delle proteste e delle occupazioni, dei megafoni e del rock, dei discorsi altisonanti e delle bombe, che suono facciamo, noi? Quello delle tastiere dei computer e del miliardo di voci nei social, quello delle parole vane, ma dell’informazione libera e finalmente al plurale. È tutto cambiato, ma c’è un filo rosso che lega quei tempi ai nostri. Lontano da Woodstock e da Wall Street, penso che fu proprio uno speciale figlio di Perugia a capire qualcosa dell’anima dei giovani di quegli anni lontani, e forse ancor meglio quella della stessa gioventù post-moderna del 2018. Nel 1979 il commediografo Franco Bicini prendeva in giro i giovani e ingenui rivoluzionari sessantottini mettendo in bocca ad uno sprovveduto perugino di sinistra, da lui inventato, queste parole: “In silenzio! Modestie a parte, la nostra è una generazione che… in silenzio, sa soffrire in silenzio!”
Prendeva in giro quei ragazzi che sembrava parlassero anche troppo, ma stava anche dando voce ad un personaggio che non poteva ancora immaginare: il millennial, che se rispetta tutte queste “regole del gioco” quando è chiamato a parlare, potrebbe opportunamente decidere di stare zitto.

Generazione veloce

Nel 2014, al secondo anno del corso di laurea in Scienze politiche, assistetti alla mia prima lezione di Sociologia. Il Professor Giordan aprì il corso parlandoci del concetto di tradizione e mettendo a confronto la mia generazione con le precedenti in un modo che mi rimase impresso: «La vita dei vostri nonni era molto più simile a quella di un antico romano che alla vostra». In effetti i cambiamenti che hanno reso la realtà sociale quella che conosciamo oggi sono stati davvero intensi, negli ultimi anni, e veloci.
Ripensando ai racconti di famiglia potrei persino estendere la validità di questa affermazione alla generazione dei miei genitori. Mia madre, ad esempio, ha sperimentato in prima persona il passaggio che ha condotto la campagna veneta dalle condizioni di povertà in cui si trovava da anni verso il benessere economico (Bido, 2017).
Spesso, infatti, mi è stato raccontato di come non ci fossero riscaldamento e acqua corrente in casa e di come ci si dovesse lavare in un catino; di come l’alimentazione fosse poco varia e garantita dal buon andamento dei raccolti e dal piccolo commercio familiare; di come funzionavano gli spostamenti e i collegamenti, quasi mai motorizzati, e così via...
Il divario nello stile di vita delle diverse generazioni, dunque, si fa marcato già nel confronto con un passato prossimo, un passato che sfiora il presente. Diversità e stratificazioni, infatti, emergono non solo nel confronto tra “Baby boomers” e “Millennials”, ma anche in quello tra “Generazione X” e “Millennials”, ad esempio, e ancora all’interno della stessa “Generazione Millennials”.
Nella lettura della “Generazione Y” (2) spesso si dà per scontato che si tratti di una fetta demografica socialmente omogenea, ma essa comprende una molteplicità di strati che recano differenze anche molto marcate. Questo, per altro, avviene soprattutto quando questa compagine demografica viene studiata confrontando la sua dotazione tecnologica con quella di una generazione precedente, prescindendo dalla loro età (Nicole B. Ellison, 2013). Si potrebbe avere un chiaro esempio di questo già confrontando me con un liceale, con cui ho meno di dieci anni d’età, nati avendo a disposizione mezzi tecnologici completamente diversi. Ad esempio, i cellulari facevano la loro comparsa negli anni in cui sono nato (i primi anni Novanta), quelli tascabili quando ero alle scuole medie; le mie lezioni di informatica richiedevano l’acquisto di un floppy disc per salvare il lavoro - un’unità che disponeva di 3,5 MB di capacità; il touch screen non esisteva; i video si vedevano in VHS; la musica si ascoltava in audiocassetta; sono nato un anno dopo l’invenzione delle carte geografiche digitali; un anno prima del computer che scriveva sotto dettatura; solo tre anni prima della pecora Dolly… Il Professore di Sociologia, insomma, aveva ragione: sono molto più vicino al quadro di riferimento culturale e tecnologico di un bambino che nasce oggi, rispetto a quello dei miei nonni, ma la distanza tra me e quel bambino non va affatto sottovalutata.
La tecnologia non cambia solo il quadro economico e sociale, ma anche il modo in cui pensiamo e comprendiamo con esso (Taylor, 2012), dunque con le tecnologie cambiano i membri delle generazioni che le utilizzano. Quando avvengono grossi cambiamenti nella dotazione tecnologica non avremo solo chi sta prima e chi sta dopo un’innovazione, ma avremo anche chi ha vissuto il cambiamento. Ne consegue che tanti più saranno i cambiamenti, maggiori saranno le sfumature culturali all’interno di intervalli d’età anche molto ristretti. Dunque, se il computer esiste da più di quarant’anni - prendendo a riferimento il periodo in cui nacquero Microsoft ed Apple - è solo ora che stiamo assistendo al compimento del passaggio dal pensiero analogico a quello digitale. Questo processo raggiunge tale fase all’interno di una generazione considerata omogenea, ma che vede i suoi più giovani membri rispondere in modo diverso ad un testo scritto o ad un’immagine, per esempio, rispetto a quelli che hanno solo pochi anni di più.
In conclusione, si affermano qui due concetti. Primo: quella dei millennials è una generazione di difficile lettura in quanto veloce, ed è tale perché attraversata da un intenso susseguirsi di cambiamenti tecnologici che l’hanno resa rapida anche nell’interazione con la realtà; secondo: con la parola “innovazione” non possiamo indicare solo i nuovi strumenti tecnologici, ma qualcosa di più.
Quest’ultimo punto verrà esplorato meglio nei paragrafi successivi, osservando l’innovazione come settore economico-lavorativo e come chiave di lettura delle prospettive sociali dei millennials.

Il nuovo panorama lavorativo e l’innovazione

Parrebbe, dunque, che la velocità sia diventata funzione e qualità del tempo vissuto da queste nuove generazioni. Il passo delle mutazioni in campo sociale e tecnologico potrebbe essere definito “iper-velocità”, perché mai eguagliato in epoche precedenti ed ha forti influenze sul futuro dei giovani sia in termini psicologico-cognitivi che economici e lavorativi. Ma quali sono le tendenze di queste mutazioni?
Nell’economia americana i posti di lavoro nell’industria e nel manifatturiero continuano a scomparire, il settore dell’innovazione continua a crescere; nel primo decennio degli anni Duemila - sempre in America - il settore di internet ha visto aumentare i posti di lavoro del 634%, quello del software del 562% e si è registrato un incremento del 300% nel comparto delle bioscienze. È importante notare che l’innovazione non è soltanto scienza e tecnica e, dunque, già i soli primi due settori citati hanno dato lavoro a molti professionisti dalla formazione umanistica come artisti, esperti di comunicazione, letterati, psicologi e via discorrendo. Basti pensare all’importanza di una curata strategia di comunicazione social per le aziende o alle competenze necessarie, ad esempio, per progettare un film d’animazione e poi, ancora, alle esigenze professionali di settori come industrial design, marketing e finanza (Moretti, 2012).
Abbiamo appena toccato due punti delicati. Da un lato abbiamo evidenziato delle tendenze economiche cruciali per l’avvenire professionale dei membri della “Generazione Y” osservando alcuni macro-cambiamenti del nostro modello economico di riferimento, quello americano; dall’altro abbiamo stabilito che “innovazione” è un termine dal significato molto ampio già solo quando la si intende in senso meramente economico.
La lettura combinata di questi due aspetti dell’innovazione in campo economico è utile per formulare ipotesi sui futuri cambiamenti nel mondo del lavoro.
Perché un lavoro sia innovativo, però, non basta che sia svolto al computer, in un bell’ambiente, chiamando l’azienda in cui si svolge “start-up”. Le parole con cui si parla di innovazione sono importanti per comprenderla.
La lettura del mondo del lavoro e della produzione - ormai segnati dall’innovazione in modo irreversibile - avviene secondo termini che in Italia sono arrivati senza il loro significato e che non sono stati ancora assimilati. Il problema, ovviamente, non riguarda né il modello statunitense né l’inglese, ma sorge di fronte al fatto che, nella Penisola, concetti come il problem solving, le soft skills, lo smart working, l’internet of things e altri sono solo titoli di trend economici e tecnologici calati dall’alto, provenienti da un “altrove” che ci immaginiamo più maturo e avanzato del nostro. Ripensati nella nostra lingua, questi termini hanno dei significati apparentemente davvero banali, ma che ci fanno comprendere quanto nel nostro Paese vengano trascurati aspetti del lavoro che daremmo per scontati. Quale datore di lavoro, ad esempio, non assumerebbe un dipendente capace di risolvere problemi e affrontare situazioni complesse e che abbia una serie di qualità personali che arricchiscano il suo curriculum? Chi riterrebbe opportuno non lavorare intelligentemente?
Lo stacco che c’è tra l’uso allargato di questi termini e il reale livello della loro comprensione potrebbe far emergere problematiche nel rapporto con il concetto di innovazione su diversi livelli.
Innanzitutto, presso chi dà lavoro ai giovani. Infatti l’esigenza di flessibilità lavorativa imposta dai modelli di produzione post-fordista, come il cosiddetto “Modello Toyota”, è stata sovente fraintesa e abbassata a mero pretesto per la giustificazione del precariato.
Gli stessi decisori pubblici potrebbero incorrere in fraintendimenti, progettando politiche che restino ancorate a lessico e schemi ideologici formatisi nel secondo dopoguerra, assolutamente innovativi per l’epoca, ma che faticano a conciliarsi con le dinamiche economiche odierne (3).
Infine vengono proprio i millennials, così fortemente plasmati dai prodotti del settore dell’innovazione - tecnologie avanzate a portata di mano e prodotti di quelle tecnologie - e così strettamente legati ad esso. L’innovazione, infatti, richiede che le nuove leve vengano formate in modo innovativo perché possano riprodurla.
Alessandro Baricco, nella sua ultima opera, “The Game”, sottolinea una forte contraddizione nella formazione dei giovani d’oggi: la scuola di questi tempi è stata pensata per formare il perfetto cittadino degli anni Ottanta-Novanta, ma una volta che gli studenti ne sono usciti per tornare nell’intimità della via privata si connettono ad un mondo completamente diverso, e non si parla di internet, ma del mondo che internet ha cambiato. Smartphone e computer sono diventati delle protesi dell’organismo umano, strumenti che influenzano fortemente l’interazione tra le persone e funzione di scambio tra l’individuo e la realtà che lo circonda (Segatori, 2016).
Questo argomento richiede la sospensione di giudizi e moralismi e tempo, per formulare riflessioni profonde e non scontate. La socialità e l’interazione con il mondo circostante dei millennials sta cambiando non solo in negativo: semplicemente sta cambiando (4). Alcuni studi, infatti, mettono in luce anche aspetti positivi della socialità quotidiana a contatto con le nuove tecnologie. Le fitte interazioni tra individui attraverso smartphone e applicazioni di messaggistica istantanea, ad esempio, li spingono a vivere con più disinvoltura le comunicazioni offline, ovvero quelle di persona (Jacobsen & Forste, 2011).
La capacità di valutare anche positivamente le influenze delle nuove tecnologie sui più giovani, però, non dovrebbe giustificare insensate cesure con il passato.
L’istruzione scolastica e la formazione professionale hanno un ruolo cruciale nel mettere i giovani nella posizione di innovare ancora, ma non solo perché possono trasmettere loro generiche competenze nell’utilizzo dei computer. In questi ambienti, infatti, andrebbe affinata non solo la trasmissione di abilità strettamente informatiche o scientifiche, ma andrebbe armonizzata e oggi più che mai potenziata la trasmissione della cultura umanistica, come sostenuto, su tutti, da Salvatore Settis o da Martha Nussbaum (5). Infatti, la comprensione profonda dei tempi che si stanno vivendo è la chiave per una buona convivenza con le nuove tecnologie, nonché l’anima dell’innovazione. Essa, è, appunto, la capacità di reinventarsi il presente, cioè qualcosa che esiste e che, per essere superato, va capito e vissuto pienamente. La classicità e lo studio di ciò che va oltre lo strumentale e il tecnico per toccare l’umano possono condurci proprio in questa direzione.

Conclusioni

È evidente come la tecnologia tracci dei legami e delle linee di confine. Di essa si può dare una lettura ottimistica, come hanno fatto Charlie Chaplin nel film “Il grande dittatore” e Alessandro Baricco nel suo ultimo libro, “The Game”, o si può dare una lettura pessimistica, come ha fatto brillantemente la serie distopica prodotta da Netflix “Black Mirror”. Se da un lato la tecnologia ci rende più vicini favorendo la comunicazione e il circolo di merci e persone, dall’altra crea divisioni tra individui e gruppi.
Ce ne stiamo rendendo conto parlando di fratture non solo intergenerazionali - tra diverse generazioni - ma anche intragenerazionali, quindi all’interno di una generazione stessa.
Stabilire se l’uomo sia padrone del proprio desiderio di cambiare la realtà che lo circonda attraverso la tecnologia o se ne resti in qualche modo vittima è una questione che non possiamo approfondire ora, ma cogliere l’influenza che le nostre creazioni hanno sulla società è fondamentale per la classe dirigente. Capire che il desiderio di cambiamento produce invenzioni - materiali o immateriali - che influenzano la vita e la cultura delle persone, aiuta a mettere a fuoco le problematiche profonde legate alle policies lavorative e sociali per i giovani.
“Il Gioco” in cui entriamo a far parte non ha pietà per chi è lento (Baricco, op. cit.), ma se la velocità delle mutazioni è la qualità del nostro tempo, cosa si fa per dare continuità (6) all’esistenza di un individuo?
Credo che questa sia la domanda da porsi quando si vuole progettare una politica economica, oggi, perché le mutazioni veloci di cui stiamo parlando sono davvero in atto. I giovani che ne vivranno le conseguenze sul lungo periodo sono coetanei e non figli di queste mutazioni, per tanto ciò che si deve trovare è la chiave per il continuo riadattamento ad un presente liquido.

Note
(2) Leggi: “Generazione Millennials”.
(3) L’ideale di lavoro italiano, infatti, si concretizza in quello che è considerato il lavoro sicuro, stabile, rispettoso del lavoratore per eccellenza: il lavoro all’interno della Pubblica Amministrazione. Tale modello presenta molte delle più importanti garanzie esistenti per i lavoratori, ma da decenni è imputato da studiosi e giornalisti, in quanto rigido e spesso poco efficiente. Questa riflessione non vuole essere in alcun modo una denuncia di eventuali difetti del modello lavorativo proposto dalla PA, ma, al contrario, vuole sottolineare come i suoi più grandi pregi - quelli che lo rendono l’ideale lavorativo di riferimento in Italia - sono proprio le caratteristiche che mettono in contrasto tale ideale con le dinamiche economiche di questi tempi.
(4) In questo senso, l’opera di Taylor J. (2012) riporta delle riflessioni interessanti.
(5) Autori rispettivamente di opere come “Il futuro del classico” e “Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities”.
(6) Per “continuità” si intende un costante incremento del proprio tenore di vita, interpretato non necessariamente dal tradizionale modello di crescita economica su cui si fondano le grandi manovre economiche di questi anni, ma anche da approcci teorici più recenti e più sostenibili.

Riferimenti bibliografici
Bido G.
2017 La parabola del Veneto. Venezia: Marcianum Press.

Jacobsen W. C., Forste R.
2011 The Wired Generation: Academic and Social Outcomes of Electronic Media Use Among University Students. Cyberpsycology, Behavior and Social Networking, 14(5).

Moretti E.
2012 La nuova geografia del lavoro. Milano: Mondadori.

Nicole B. Ellison, D. B.
2013 Sociality through Social Network Sites. In N. B. Ellison, D. Boyd, & W. Dutton (A cura di), The Oxford Handbook of Internet Studies (p. 151-172). Oxford: Oxford University Press.

Segatori R.
2016 La libertà possibile. Milano: Franco Angeli.

Taylor J.
2012 How technology is Changing the Way Chidren Think and Focus. Psychology Today. Tratto da www.psychologytoday.com/us/blog/the-power-prime/201212/how-technology-is-changing-the-way-children-think-and-focus


     
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Studente universitario.