Claudio Ricciarelli *  
AUR&S 16

L'Umbria fra rischi e opportunità

In questa lunga e profonda crisi economica l’Umbria è la regione del Centro-Nord che sta accusando i colpi più duri.
Se si fa eccezione per i livelli di istruzione/formazione e in parte dei servizi dedicati alla salute e welfare, tutti gli altri indicatori registrano un consistente arretramento della condizione economica, produttiva e occupazionale.
Ciò che preoccupa di più è il basso livello di produttività del sistema economico regionale (meno 14 punti rispetto alla media nazionale), ancora più evidente nel sistema delle piccole e piccolissime imprese, che ne rappresentano la struttura portante.
Questo fa sì che i livelli di reddito e salari sono mediamente più bassi (10% circa) rispetto alle regioni del Centro Italia.
Ma ciò che inquieta di più sono gli alti livelli di disoccupazione, in particolare tra i giovani scolarizzati e tra le fasce deboli, rappresentate da disoccupati in età avanzata e con bassi livelli di istruzione/formazione e di lavoro precario, ancora oltre il 20% del totale degli occupati; oltreché l’aumento delle povertà e del disagio sociale.
Dobbiamo metterci in testa che da questa crisi non si uscirà tornando al passato, come eravamo prima.
Occorre un cambio di paradigma, cominciando a pensare ad un futuro che si sviluppa attorno ad una nuova idea di progresso, ad un nuovo modello di crescita e ad un rinnovato concetto di benessere.
Questo vale per l’Italia ma ancora di più per l’Umbria.
L’Umbria può avere dei punti di forza e delle qualità per essere un luogo ideale per avviare un nuovo modello di crescita che sappia scommettere, investire e valorizzare le sue ricchezze e rilanciare elementi della sua storia che possano risultare utili per il futuro a cui dobbiamo andare incontro a partire dall’attrattività delle sue bellezze territoriali e paesaggistiche che ci rendono unici e per certi aspetti invidiati. Far tornare davvero l’Umbria “il Cuore Verde d’Italia”.
Una regione capace, attraverso un nuovo modello di crescita, di ricercare relazioni nuove e più valorizzanti fra la creatività e crescita delle sue imprese e l’integrazione con il proprio territorio e le comunità locali, fra crescita economica dell’impresa e modelli di governance partecipativi capaci di ridare centralità alle persone, umanizzare e ridare valore al lavoro, attivare e stimolare processi di innovazione tecnica e promuovere sviluppo sociale e cultura ambientale, produrre e ridistribuire equamente reddito, ricchezza e occupazione. Una regione in armonia con se stessa.
Questo nuovo modello di crescita può e deve essere un’alternativa possibile a questa lunga crisi che tante fatiche e dolore ha provocato, causa e effetto di un processo di globalizzazione senza regole e di una finanziarizzazione dell’economia che, cambiando tutto e tutti, ha certo prodotto più ricchezza nel mondo ma, in Europa, in Italia e in Umbria in particolare, ha determinato più disuguaglianze, ampliato in misura abnorme la forbice nella distribuzione del reddito e di una ricchezza sempre più in mano di pochi generando povertà sempre più diffuse.
Siamo alla fine di un’epoca, quella del neoliberismo consumistico al quale si erano affidate, dalla fine degli anni ‘80, le prospettive di crescita economica e di benessere, ma che ormai non è più in grado di rispondere alle domande di un mercato globale sempre più sregolato e ingiusto.
Un nuovo modello di crescita sostenibile dell’Umbria non potrà, però, avviarsi se non ripartirà il sistema Paese Italia.
L’Italia non potrà tornare a crescere facendo politiche restrittive, lo potrà fare rilanciando gli investimenti pubblici e privati, anche come volano di una nuova e buona economia e con interventi decisi e strutturali sul cuneo fiscale connesso al costo del lavoro.
Rilanciare la domanda interna e i consumi non basta se l’Italia non torna a recuperare produttività nelle imprese, efficienza nella P.A. e competitività complessiva nel sistema Paese sconfiggendo una volta per sempre i nostri “mali oscuri” che si chiamano: evasione fiscale, corruzione, criminalità economica e burocrazia e che tanto contribuiscono a frenare il Paese, incrementare il debito e danneggiare la nostra immagine e reputazione nel Mondo.
L’Umbria, accrescendo la sua cooperazione con le regioni confinanti, deve dare più valore al suo PIL valorizzando le eccellenze produttive, accrescendo la qualità e la specializzazione del suo sistema manifatturiero, promuovendo il suo brand a partire dalla bontà e sicurezza dei suoi prodotti agroalimentari, offrire emozioni legate al suo ambiente, al suo artigianato, alla sua cultura, alle bellezze dell’arte e del paesaggio, dando armonia al suo modello di coesione sociale.
Un ruolo importante può offrirlo la crescita di una economia civile e di esperienze di economie circolari; pensiamo, ad esempio, alla gestione dei rifiuti, per cui non basta accrescere la raccolta differenziata (e si fa fatica a farlo), ma va anche promosso il riciclo e il recupero favorendone esperienze concrete sul territorio.
È ormai noto che produttività e competitività di un sistema economico regionale sono determinati essenzialmente da tre fattori.
In primis, i fattori ambientali e localizzati, ovvero:
- reti infrastrutturali di comunicazione moderne, materiali ed immateriali,
- credito agevolato,
- energia a basso costo e investimenti in energie rinnovabili,
- fiscalità selettiva e premiale,
- servizi pubblici locali efficienti,
- burocrazia semplice e leggera,
- giustizia veloce,
- legalità diffusa,
- sistemi di formazione professionale e servizi per l’impiego integrati.
Questi fattori presentano diffuse criticità per rimuovere le quali andrebbero indirizzate bene le risorse e gli investimenti pubblici a partire dai Fondi Europei di questi ultimi due anni di programmazione e dei prossimi sette.
In secondo luogo, contano gli investimenti diretti delle imprese, su diversi versanti:
- ricerca,
- innovazioni tecnologiche e organizzative,
- digitalizzazione dei processi,
- specializzazioni produttive e reti di imprese,
- internazionalizzazioni.
Ad oggi, i livelli medi di spesa delle imprese umbre, in particolare su ricerca e innovazione, sono largamente insufficienti, al di sotto della media italiana, nonostante le opportunità indotte dalle politiche di “Impresa 4.0”.
Infine, si sottolinea il ruolo del sistema delle relazioni sindacali e contrattuali e in particolare la contrattazione di secondo livello aziendale o territoriale.
Può sembrare ininfluente eppure, al contrario, un modello di relazioni sindacali e contrattuali di stampo partecipativo gioca un ruolo fondamentale nei livelli di produttività di un sistema di imprese perché contribuisce a generare ricchezza, valorizza il capitale umano, promuove più sicurezza, motivazione e responsabilità sul lavoro, stimola innovazione, consente di governare in modo condiviso le flessibilità funzionali all’efficienza di una impresa spingendo datori di lavoro e dipendenti a comportamenti virtuosi e a una redistribuzione equa dei risultati ottenuti in termini di produttività, in uno “scambio” vantaggioso (utili e investimenti da una parte, salario, orari e occupazione dall’altra) capace di ampliare, in definitiva, gli spazi di partecipazione, conoscenze e formazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa.
In Germania, grazie anche a questo modello, la produttività ed i salari sono più alti del 20% rispetto all’Italia e gli orari di lavoro molto più ridotti (1.400 ore annue contro i 1.800 dell’Italia).
Ciò ha consentito e consente di difendere meglio l’occupazione e ripartire il lavoro nei processi diffusi di innovazione tecnologica e digitale che, non di rado, cancellano più posti di lavoro di quanti ne creano.
Questo è uno dei temi cruciali di questo nostro tempo: il lavoro che cambia, il lavoro che manca.
Le cifre, come ho già detto, sono impietose e intollerabili. Ci stiamo giocando il destino di una intera generazione.
La sfida vera non è tanto contrastare i processi di innovazione tecnologica e digitale ma governarli e piegarli anche alle ragioni del lavoro e delle persone e questo vale anche per i processi di cambiamento nel commercio mondiale e dei conseguenti fenomeni di delocalizzazione di attività produttive.
Sono sfide, queste, che vanno governate in una dimensione nazionale e continentale ma anche a livello del territorio si può fare di più e meglio.
La recente legge regionale per le politiche attive del lavoro sembra andare nella giusta direzione, ora si dovrebbe tradurre con atti e azioni coerenti e conseguenti senza attendere ulteriore tempo.
Una di queste azioni dovrà essere la rimodulazione degli interventi del Fondo Sociale Europeo 2019/20 e della programmazione del prossimo settennato 2020/27 per massimizzarne gli effetti sul mercato del lavoro in termini di maggiore occupazione.
Azioni mirate di politica attiva del lavoro nei confronti di disoccupati e inoccupati combinati con percorsi di formazione professionale mirati, tirocini extracurriculari veri, sostegno all’apprendistato di qualità, formazione di competenze connesse all’innovazione digitale, riorganiz-zazione complessiva dei servizi per l’impiego, promozione di “poli” di istruzione/formazione tecnico professionali connessi con i sistemi economici locali dovrebbero essere le priorità dell’azione del Governo Regionale e delle Parti Sociali.
Si tratta in definitiva di rimettere in movimento, intorno ad una visione nuova di crescita sostenibile dell’Umbria, idee, pensieri, energie, intelligenze, competenze e passioni nuove capaci di ridare fiducia e speranze nel futuro trasformando le paure e i rischi, che pure ci sono, in una opportunità di cambiamento capace di fare dell’Umbria una regione migliore.

     
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Ex Dirigente Sindacale CISL.