Sergio Sacchi *  
AUR&S 16

Investimenti: una questione anche di binocoli

Il bene non è nella grandezza, ma la grandezza è nel bene.
(Zenone d’Elea)

Che un percorso di crescita economica di un Paese o di una regione presupponga un adeguato apporto della domanda aggregata, meglio se assicurato dalla componente “investimenti” è, a maggior ragione dopo giorni e giorni di dibattito sullo strappo dei conti pubblici italiani, un dato di consapevolezza acquisito nella cultura quotidiana dell’opinione pubblica italiana.
Gli investimenti netti, ancor più di altre componenti considerabili, alla bisogna, “autonome” (spesa pubblica, consumi di sussistenza o esportazioni), assicurano uno stimolo alla domanda ma sono anche premessa indispensabile per un opportuno ampliamento della capacità di offerta, intanto in termini qualitativi (se si pensa all’ammodernamento dei processi e/o al miglioramento dei prodotti) e anche in termini quantitativi (come aumento di capacità di offerta e connessa espansione dell’occupazione). Più sottaciuto, nello schema appena richiamato, è l’aspetto della seconda parte della storia: quello che mette in giusta luce non tanto il rapporto tra una variazione iniziale di spesa e la variazione complessiva di domanda che ne deriva, rapporto noto come “moltiplicatore”, quanto l’impatto che un aumento di domanda esercita sulla variazione degli investimenti al fine di accrescere lo stock di capitale con cui soddisfare l’aumento della domanda di beni, ovvero il meccanismo dell’”acceleratore”, altrettanto notevole ma meno considerato anche perché meno immediato.
L’analisi si applica, in letteratura e in prima battuta, a sistemi economici che si fronteggiano avendo tra di loro scambi commerciali: importazioni ed esportazioni di cui si considerano, in primo luogo i volumi e i valori, poi la tipologia, la provenienza, la destinazione e via via altri aspetti. Tutte variabili che è possibile controllare con gli specifici strumenti a disposizione di ogni Stato sovrano: il fisco, la moneta, i tassi di cambio, eccetera.
Schemi analoghi vengono riproposti, più o meno consapevolmente, anche quando si analizzano realtà più piccole, ad esempio le regioni, aggiungendo alcune cautele propositive per il fatto che quasi sempre si tratta di istituzioni che non possono fare affidamento sullo stesso ventaglio di strumenti che hanno gli Stati.
Nella pratica, oltre alle riserve più note e di portata generale, sono da prendere in considerazione anche le implicazioni derivanti dal fatto che a misurarsi con un Resto del mondo (regioni italiane e Paesi esteri) assai esteso sia una piccolissima economia (qual è, ad esempio, l’Umbria). In tal caso giocano davvero fattori locali, positivi o negativi che siano, che non si risolvono solamente nella abbondanza o meno di risorse naturali o nella densità della popolazione o nella mancanza di significativi strumenti di controllo ma dipendono dalla scala territoriale considerata.
Per una sufficientemente grande economia è possibile che tanto il ciclo del moltiplicatore della domanda di beni consumo quanto quello dell’acceleratore, cioè dell’espansione della capacità produttiva (come nei modelli tipo Harrod-Domar) o del miglioramento della produttività/ competitività (come nei modelli alla Dixon-Thirlwall) avvengano pressoché totalmente entro i suoi confini. Una situazione analoga invece è improbabile quando i territori sono di limitata dimensione e la natura dei suoli può aggiungere delle ulteriori difficoltà ad accogliere qualsivoglia numero e tipo di attività. Al limite, per ogni “punto” del territorio (cioè per aree comunque minuscole: si pensi ad un quartiere di condominî-dormitorio, a un aspro territorio di montagna oppure a regioni malsane e inospitali) è difficile presumere che i due processi possano coesistere. Vi si potranno osservare gli effetti dell’uno o dell’altro o anche un mix dei due ma in ogni caso in misura parziale, tanto più ridotta quanto più ridotta sia la superficie interessata.
In un piccolo territorio è quasi sicuramente difficile radunare una gamma di produzioni analoga a quella di un’area di più grandi dimensioni. Di conseguenza nella prima vi sarà una selezione di settori di attività funzionale all’obbiettivo di conseguire il massimo sovrappiù con cui ripagare la copertura dei fabbisogni di merci e servizi offerti dai non residenti (nel nostro caso: da operatori non umbri). In un contesto del genere la dipendenza dagli scambi commerciali con soggetti esterni tende ad amplificarsi: ci si specializza nel fare poche cose e le altre le si lascia produrre all’esterno.
L’Umbria, è banale dirlo ma è funzionale al collegamento con quanto richiamato fin qui, non è proprio un punto geometrico, privo di dimensione fisica, ma, come si dice spesso, è poco più di quello. Ha le dimensioni di un quartiere di Roma. L’avere una popolazione non eccessiva in un territorio particolarmente dotato di bellezze naturali, paesaggistiche, artistiche e culturali è il suo appeal. Ora, per quel che qui interessa, e cioè il rapporto tra investimenti effettuati nella zona e reddito che da quelli consegue, la dinamica della consecutio è abbastanza incerta. È infatti possibile, almeno in linea di principio, guardare ai primi, cioè agli investimenti, come ad un impiego virtuoso di almeno una parte del reddito disponibile in un dato periodo di tempo oppure guardare a quegli stessi investimenti con l’ottica di cui sopra: come attivatori, una sorta di motore primo, di una catena di spese per consumi che da essi dipendono. Nel primo caso, il rapporto tra investimenti e prodotto complessivo (in simboli: I/PIL) viene definito “tasso di accumulazione”. Nel secondo caso, in cui lo si considerasse rovesciato (PIL/I) esso sarebbe da considerare come un “coefficiente di attivazione”. Il rapporto tra i due è stretto. Il secondo non è altro che l’inverso del primo, ma diverso è il significato (e dunque la logica fattuale) cui ognuno dei due rimanda.
È comunque da osservare la stranezza del presentarli in un modo (come motore causale, cioè attivatori della domanda) per poi pesarli in un altro (come quota o esito di una distribuzione finale: tot ai consumi, un secondo tot alla domanda interna, il resto allo Stato oppure esportato). In quest’ultimo approccio (che, dato il prodotto, l’elemento originario del problema, si chiede quale sia la quota destinata agli investimenti, ai consumi, alle spese dello Stato, ecc.) si sottovaluta però un aspetto di una certa delicatezza: il fatto che gli investimenti possano essere finanziati e realizzati anche con risorse “esterne” e dunque che ad attivare la crescita interna possano contribuire decisioni e risorse altrui.
I capitali possono derivare dall’accumulo di redditi da lavoro frontaliero, da beni fruttiferi localizzati altrove nel mondo, da donazioni ed anche, e soprattutto, da prestiti concessi, in varia forma (dilazioni di pagamento, sottoscrizioni di obbligazioni, acquisti di azioni, ecc.) da operatori non residenti.
I macchinari stessi potrebbero essere prodotti all’esterno e destinati alla nostra economia alla quale non resterebbe che mettere a disposizione il terreno edificabile e quanto necessario alla realizzazione degli edifici e quanto resta per la loro messa in funzione.
In altri termini, in un sistema economico “minore”, perché piccolo o anche perché arretrato, si possono osservare investimenti cospicui rispetto ad un PIL modesto. Essi non sono l’impiego di risorse accumulate ma sono una misura di quanto occorre investire per conseguire una determinata quantità di prodotto.
Pertanto, anche ammettendo che il sistema considerato abbia un suo processo di accumulazione nel senso standard (produce e poi investe una parte dei prodotti che costituiscono il suo PIL) non è detto che esso non possa:
a) accogliere al proprio interno (ad esempio a Fossato di Vico oppure a Narni) una parte dei flussi facenti parte di un processo moltiplicativo dei consumi innescato da investimenti “poco” distanti dai suoi confini (ad esempio ad Albacina di Fabriano o a Fabriano stessa, ad ovest della regione; oppure nella zona industriale di Orte, a Sud-Est) e ciò per la presenza, in Umbria, di pendolari del lavoro attivi (e stipendiati) da operai residenti nelle Marche;
b) rivolgere all’esterno una domanda di macchinari specifici (ed anche di beni di consumo) prodotti altrove e attivare in tal modo colà gli attesi processi moltiplicativi.
A questo proposito alcuni ricorderanno che ai tempi in cui si discuteva delle iniziative da assumere per una salvaguardia e valorizzazione della Valnerina, dopo il sisma del 1979, una delle cautele maggiormente manifestate riguardava la possibilità che i programmi di spesa previsti a vantaggio della montagna (comuni della Valnerina, per l’appunto, e del Nursino) finissero per beneficiare la pianura (comuni dell’area perugina): ed è esattamente di questo genere l’invito alla prudenza nel valutare analoghe dinamiche riferite ad aree la cui proporzioni sono maggiormente squilibrate: l’Umbria e il resto del mondo.
A loro volta i dati osservati alcuni suggerimenti sembrerebbero darli. Per non ingarbugliare troppo le cose si sono calcolati i valori del rapporto tra investimenti e PIL dell’Umbria, dell’insieme delle regioni del Centro-Nord e della Toscana. Queste ultime due sono state considerate aree di una certa grandezza e di buona capacità e qualità innovativa delle imprese ivi operanti. In seguito, per scrupolo, è stato incluso nell’esempio anche l’Abruzzo.
Un primo grafico riporta dei valori medi relativi a un intero periodo abbastanza lungo (16 anni), a due suoi sottoperiodi e al solo biennio 2014-2015 per le prime tre aree di cui si è detto poc’anzi.

Fig. 1 - Rapporto I/PIL per le regioni Umbria e Toscana e per la ripartizione Centro-Nord (2000 -2015)

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat

Nell’insieme del periodo l’Umbria avrebbe espresso un rapporto investimenti su PIL superiore sia al Centro-Nord sia alla Toscana (ma anche ad altre grandi regioni del Nord, quali il Piemonte o la Lombardia).
Una domanda sorge spontanea: non è strano che una regione così virtuosa abbia visto ridursi la sua capacità competitiva con una perdita, ad oggi, di 15-20 punti percentuali, rispetto al 2007, anno considerato vigilia del lungo periodo di recessione che lo ha seguito?
Davvero è pensabile che i due ultimi anni per cui si dispone dei dati siano stati anni di pausa o di riflessione o anche di affanno dopo la lunga corsa dei precedenti 14 anni? In passato, di fronte ad un rompicapo del genere si tentò di accreditare spiegazioni ad hoc, introducendo la categoria degli investimenti in eccesso (sistematicamente?) e persino di investimento sbagliati (ripetutamente?) da parte di imprese miopi e fors’anche strabiche.
I conti non tornerebbero comunque, specialmente se si considera che ad avere un valore alto di quel rapporto sono sia le regioni più piccole (Molise, Basilicata, lo stesso Abruzzo) sia le regioni maggiormente attardate (Calabria, Sardegna, ecc.). Buffo no? Come si nota nella figura n. 2 l’Abruzzo sarebbe da ritenere la regione sistematicamente più virtuosa, da prendere a modello, visto che per quasi tutti gli anni del periodo qui considerato ha espresso un “tasso di accumulazione” (I/ PIL) superiore, e spesso di gran lunga, a quello delle altre tre aree rappresentate.

Fig. 2 - Rapporto I/ PIL per le regioni Umbria, Toscana e Abruzzo e per la ripartizione Centro-Nord (2000-2015)

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat

In ogni caso, la flessione del valore del rapporto osservata nel biennio 2014-2015 sembra non essere fatto locale. È tendenza comune, poco più o poco meno, e quindi non può rinviare all’esistenza di specifici handicap regionali, come fosse l’espressione di un differenziale aggiuntivo dovuto a incapacità o pigrizia degli operatori umbri.
Che il cannocchiale interpretativo vada rovesciato?
Se invece si seguisse la logica alternativa e, diciamo, si invertisse il senso della causalità, allora quel rapporto, se alto, come nelle raffigurazioni di cui sopra, verrebbe a indicarci quanti investimenti (la causa) devono essere fatti per ottenere una unità di prodotto (l’effetto): quindi per ottenere un aumento di una unità di prodotto sembrerebbero necessarie, nella piccola economia (l’Umbria, ad esempio), numerose dosi di investimento, più che altrove. E questo sarebbe dovuto proprio al fatto che una dose di investimento determina qui solo una parte degli effetti che ci si attende per l’intero sistema e, per la parte restante, vanno a beneficio di altri territori.
Ciò, in linea di principio, diventa compatibile con la serie di valori registrati dall’Istat e spiega ancor più e ancor meglio di altre teorie anche le eventuali svolte nell’andamento di quell’indicatore (il rapporto I/ PIL): allorché è alto, esso indica che almeno una parte della spesa per realizzare l’investimento si dirige oltre i confini regionali (andando con ciò ad accrescere domanda e PIL esteri) e la restante parte viene effettuata all’interno e contribuisce in misura ridotta alla crescita del PIL (che quindi aumenta meno di quanto potrebbe). Ciò si attaglia perfettamente al caso dell’Umbria, la cui superficie già poco estesa si riduce per la presenza di aree lacustri e montane e le cui produzioni caratteristiche sono, come noto, per lo più nell’ambito dei beni di consumo (alimentari, abbigliamento, legno, …) e molto meno in quello dei beni (merci e servizi) per l’investimento (macchinari, apparecchiature, brevetti, servizi scientifici evoluti, ecc.). Quando, invece, il rapporto tra investimenti e PIL si abbassi, come in questi ultimi anni e in particolare nel periodo dal 2010 al 2015, esso segnalerebbe, specularmente, che gli investimenti danno una mano molto più energica del solito al PIL. Questo non esclude che possano essere pochi e meno di quanto necessario per sostenere la ripresa di un diverso percorso di crescita ma indica, in coerenza col senso che qui gli si vorrebbe attribuire, che si tratta soprattutto di spese che trovano una rispondenza nell’offerta interna e dunque non impattano altrove a beneficio, in primo luogo, di soggetti non residenti. Si tratterebbe, cioè, solo in piccola parte di acquisti di macchinari evoluti prodotti in Lombardia, in Westfalia o in Danimarca. In parte maggiore sarebbero le spese per manutenzioni straordinarie, di interventi sugli immobili, di aggiustamenti marginali possibili per la presenza di fornitori (muratori, assemblatori, professionisti vari) all’interno: da Corposano o San Giustino, a Nord, a San Vito o Calvi dell’Umbria, a Sud. Si tratterebbe, cioè, di investimenti per così dire di mantenimento e persino di affinamento della capacità produttiva piuttosto che di investimenti per una espansione della capacità o della qualità produttiva. Investimenti che nel contesto della congiuntura attraversata e stante l’identikit generalmente condiviso dell’apparato produttivo regionale avrebbero a pieno titolo una loro logica e una loro plausibilità.
Tralasciando altre implicazioni, meno eclatanti di quelle qui ricordate, una in particolare è da sottolineare: seguendo entrambe le vie si può anche convergere verso l’obbiettivo di richiedere un maggior volume di investimenti al fine di incentivare più robusti percorsi di crescita. Tuttavia restano diverse alla base: la prima, quella del “tasso di accumulazione” induce comunque ad un ottimismo almeno eccessivo se non immotivato. La seconda, quella del “tasso di attivazione”, ci ricorda invece che ci troviamo in presenza di una economia aperta e permeabile dunque costretta a fare più fatica (prevedere maggiori investimenti) perché se ne vedano all’interno gli effetti desiderati.
Di conseguenza risultano diverse anche logiche e contenuti di eventuali politiche di sostegno e/o correzione. La prima strada guarda alle risultanze ultime e al basso tasso di accumulazione (confermato anche da dati di circostanza quali quelli ottenuti sulla base dei bilanci del limitato numero di imprese che li compilano) e si ripromette di premiare soggetti già robusti di loro ma poco orientati a indirizzarsi verso nuove frontiere e nuovi paradigmi. La seconda strada guarda invece non tanto agli operatori già eccellenti quanto a tutti quelli a cui mancasse poco per esserlo (eccellenti) mostrandosi nel contempo capaci di cogliere le sfide di una domanda effettiva non colta in misura adeguata. Si tratterebbe, in definitiva, di far salire la media della produttività delle imprese non tanto prevedendo un ulteriore ancorché problematico intervento sulle piccole fasce già meglio attrezzate quanto perseguendo un più generale ammodernamento della massa nelle retrovie. Facile a dirsi, meno facile a conseguirsi (specialmente in tempi rapidi) ma certamente più rispondente al riconosciuto bisogno di accelerare una più ampia e funzionale riconfigurazione dell’apparato produttivo.

@ Agenzia Umbria Ricerche
* Economista.