AUR&S 16
     
Elisabetta Tondini *
 

Competenze tecniche e qualità umanistiche, chiavi di accesso al lavoro del futuro

SOMMARIO Antefatto La rivoluzione tecnologica: rischi e opportunità Grandi trasformazioni ci attendono Verso la valorizzazione della persona

Antefatto

Viviamo un periodo di trasformazioni epocali. Nell’ultimo decennio, crisi economica e progresso tecnologico hanno cambiato le coordinate di riferimento dell’economia, della società, della nostra quotidianità: dalla crisi stiamo faticosamente riemergendo, ma l’innovazione tecnologica è un’onda lunga i cui effetti, soprattutto da noi, hanno cominciato appena a dispiegarsi.
Con la crisi il mondo del lavoro ha vissuto, in Italia e in Umbria, una drastica perdita di occupati che stiamo lentamente recuperando e una forte crescita di disoccupati, soprattutto giovani, l’intensificarsi della precarizzazione e della parcellizzazione del lavoro, l’incremento del lavoro autonomo di tipo intellettuale senza dipendenti, il consolidarsi della mobilità da una condizione lavorativa all’altra (occupato - disoccupato - inattivo - occupato). E ha visto consolidarsi un altro fenomeno che ha a che fare con l’ascensore sociale: i giovani di oggi stanno peggio dei loro genitori, soprattutto in Italia. Contravvenendo ogni logica di sviluppo e di progresso, e in contraddizione con i principi di un sistema socio-economico definibile sano e sostenibile.
Ma profondi cambiamenti sul versante lavorativo stanno avvenendo anche sulla scia dell’innovazione tecnologica.

La rivoluzione tecnologica: rischi e opportunità

L’innovazione tecnologica, di cui si sta nutrendo in maniera sempre più invasiva la produzione, sta operando e opererà in maniera crescente sul mondo del lavoro su diversi fronti: sul fronte delle opportunità, sul fronte delle competenze ma anche su quello delle modalità, ridisegnando caratteri e struttura del mercato oltre che il concetto stesso di lavoro.
Il progresso tecnologico offrirà opportunità lavorative innovative; imporrà profili con competenze specifiche e ancora scarse sul mercato; assottiglierà la middle class (perché alcune mansioni routinarie verranno svolte dalle macchine); alimenterà la diffusione di forme lavorative completamente nuove.
In questa rivoluzione che sta mettendo in discussione il concetto di lavoro tradizionalmente inteso, avanza la gig economy con i suoi lavori on demand (o “a chiamata” o a “zero ore”) e i crowd work. Lavori entrambi attivati da piattaforme digitali a cui sono connessi i potenziali lavoratori, non è chiaro ancora se autonomi oppure no, dunque difficilmente catalogabili e ai margini del sistema delle tutele sociali.
Il fenomeno è recente e tuttora in espansione. In Italia si contano circa 750 mila persone (2) che, prive di uno status ben preciso, alimentano tale fenomeno e contribuiscono a far vacillare ulteriormente un sistema di politiche del lavoro e previdenziali che, concepito in altri momenti storici e in altre condizioni, andrebbe ripensato di fronte a un contesto di riferimento mutato e ancora in evoluzione.
Il più generale problema della erosione dei sistemi di protezione sociale del lavoro connessa ai mutamenti strutturali del mercato, quali parcellizzazione e precarizzazione, sta di fatto generando un crescente dualismo tra chi sta dentro e chi sta fuori il sistema di tutele, fino a configurarsi - secondo la insider outsider theory - come un vero e proprio social divide. In generale, tutti gli individui che non hanno un’occupazione stabile a più forte grado di tutela (dunque in definitiva gli occupati a tempo determinato involontario o part time involontario, i parasubordinati, i lavoratori in proprio senza dipendenti, i disoccupati e i - seppure ancora scarsi - lavoratori della gig economy) sono considerati outsider del mercato del lavoro: in Italia rappresentano il 47,5% dei lavoratori totali, una cifra che in alcune regioni meridionali tocca il 70% (3).
L’avanzare frenetico della tecnologia non si limita a inventare nuove forme lavorative. La sempre più diffusa digitalizzazione nella produzione sta cambiando la domanda del mercato: ad esempio, la nuova figura di addetto in fabbrica dovrà occuparsi sostanzialmente della connessione tra macchine e dati, e per questo sarà protagonista e artefice della quarta rivoluzione industriale.
Non vi è dubbio che l’automazione e la digitalizzazione di cui vediamo ancora pochi contraccolpi avranno impatti giganteschi su equilibri e configurazioni relative al modo di produrre, sui lavoratori e sui lavori.
Saranno impatti non solo negativi, perché la tecnologia offre grandi opportunità.
Ma c’è chi sostiene che la trasformazione in corso ha una portata simile a quella sperimentata durante le rivoluzioni del vapore e dell’elettricità.
Si ripresenta, come ciclicamente accade, lo spettro della disoccupazione tecnologica, fatto non nuovo nella storia contemporanea. Agli inizi dell’800 la rivoluzione industriale visse il movimento luddista dei tessitori britannici che cominciarono a distruggere le macchine - e per questo condannati a morte - temendo che l’innovazione dei nuovi telai avesse conseguenze negative sul loro futuro di lavoratori: una convinzione che si rivelò poi priva di fondamento tanto da meritare l’appellativo di “fallacia luddista”.
Anche Keynes, nel 1930, paventò effetti distruttivi sul lavoro conseguenti alla scoperta di innovazioni che economizzavano il lavoro stesso. Tuttavia con lungimiranza catalogò la “disoccupazione tecnologica” della sua epoca come un fenomeno temporaneo prefigurando che il livello di vita delle persone vissute cent’anni dopo di lui sarebbe stato da quattro a otto volte superiore a quello dei suoi anni. Di fatto, la crescita dell’occupazione è stata poi pressoché costante (a parte periodi di recessione). Non solo, secondo Keynes i paesi più soggetti a subire una distruzione di posti di lavoro superiore alla creazione di nuovi sono proprio quelli non all’avanguardia col progresso tecnologico, il quale aumenta la competitività e la domanda, anche a seguito della sua diversificazione. Un’asserzione, quest’ultima, che dispiega oggi tutta la sua fondatezza.
Di certo, l’innovazione consuma i mestieri legati alle tecnologie obsolete e insieme crea nuove opportunità.
Si tratta di un fenomeno non nuovo: dal 2000 al 2017, sono state introdotte in Usa 54 nuove occupazioni (istruttore di robot, programmatore di strumenti numerici, sviluppatori di web, etc.) (4). La cosa interessante è che questi nuovi posti, caratterizzati da una remunerazione media praticamente doppia rispetto a quella dei vecchi lavori, hanno spiegato l’80% dell’aumento di reddito concomitante alla crescita netta del lavoro in quel periodo. E non si tratta neanche di profili necessariamente ad alta competenza: l’istruttore di robot, ad esempio, non lo è.
Un fatto è certo: con la diffusione della tecnologia alcune occupazioni spariranno, altre cambieranno, altre si aggiungeranno.
Si stima che nello sviluppo della quarta rivoluzione industriale, il saldo fra blu collars, white collars-clerks (in diminuzione) e white collars-knowledge worker (in aumento) potrebbe essere di un -30% complessivo. E nel rapporto del World Economic Forum del 2016 si legge che il 65% dei bambini che oggi frequentano la scuola primaria svolgerà nella propria vita un lavoro che ancora non esiste.
Insomma, grandi trasformazioni ci attendono.

Grandi trasformazioni ci attendono

Molti sono gli studi che hanno provato a quantificare gli effetti indotti dalla innovazione tecnologica sui lavori a rischio di automazione. I risultati sono anche piuttosto discordanti, come è comprensibile tenendo conto delle variabili coinvolte, numerose e non tutte prevedibili. Ma da un punto di vista concettuale su alcuni elementi c’è convergenza di vedute:
- la grande maggioranza dei lavori tenderà a trasformarsi;
- le trasformazioni saranno più qualitative che quantitative;
- aumenterà la disuguaglianza sociale, con effetti diversi nelle diverse economie, in base al livello di sviluppo e alle policy adottate;
- sarà sempre più strategico il ruolo dell’istruzione;
- sarà necessaria una nuova idea di lavoro e i giovani, da questo punto di vista, appaiono già dei “mutanti”.
A lungo termine il fenomeno sarà soprattutto di tipo qualitativo innanzitutto perché trasformazioni demografiche epocali stanno completamente modificando la geografia umana, dunque anche la composizione del mercato del lavoro, per una forte diminuzione della sua offerta: il rapporto tra le persone ultra 65enni e quelle in età lavorativa, che oggi è di 1 su 4, nel 2050 si stima passerà a 1 su 2 (media OCSE), per un calo del 23% della popolazione in età lavorativa (5).
La vera questione non sarà dunque l’aumento della disoccupazione considerata in termini numerici, ovvero di saturazione del mercato. Dire che le trasformazioni saranno più qualitative che quantitative significa far riferimento ai rischi di una disoccupazione che ha a che fare con le competenze. Questo perché la sostituzione uomo-macchina, che avverrà per taluni lavori, si accompagnerà alla comparsa di lavori nuovi e alla trasformazione di quelli esistenti, per i quali servono abilità nuove.
I veri problemi saranno allora principalmente due: uno concernente l’acquisizione delle competenze, l’altro relativo alla distribuzione del reddito.
Partiamo dal secondo. La maggior parte degli studi prevede un aumento della disuguaglianza, innescato da un processo divergente delle retribuzioni: cresceranno quelle dei profili più alti e diminuiranno quelle dei profili più bassi. Da un lato, avremo i lavoratori privilegiati, con competenze elevate, qualifiche elevate e stipendi corrispondenti, insomma i creativi in grado di innovare, di padroneggiare e di sfruttare a proprio vantaggio le nuove tecnologie aumentando la propria produttività; dall’altro i lavoratori con basse qualifiche (anche nuove, ma basse, come i fattorini digitali) e bassi stipendi.
Da tempo si sta parlando di ricomposizione strutturale del mercato del lavoro tendente ad una polarizzazione della massa dei lavoratori verso l’alto e verso il basso, con un assottigliamento delle professioni intermedie (l’“effetto clessidra” della hourglass economy) (6). Questo perché gli alti contenuti tecnologici e conoscitivi di cui si infarcirà la produzione tenderanno a far scomparire la classe media che si spaccherà in due aggregati: i rimpiazzati dalla tecnologia nei settori stagnanti, a bassa produttività e reddito, e coloro che riusciranno a sopravvivere nei settori più dinamici, dominati dalle macchine intelligenti.
La polarizzazione delle remunerazioni si accompagnerà a un aumento della produttività generato dalla tecnologia, che renderà la torta del reddito sempre più grande (7). Ma una produttività crescente non sotten-derà un incremento dei redditi della classe media e bassa che, in quota sul PIL, sta di fatto già declinando in tutti i paesi. Le nuove tecnologie aumenteranno la ricchezza creata a livello mondiale ma la distribuiranno peggio di prima, prefigurando il rischio di fette della torta sempre più disuguali. Tale rischio è paventato dai più e, per contrastarlo, si è cominciato a pensare già da un po’ di tempo a forme di partecipazione al capitale. Ma, su tutto, sarà il ruolo e la natura delle politiche di redistribuzione adottate a fare la differenza.
Restando in tema di politiche, probabilmente la vera politica attiva del lavoro di oggi riguarda il tema delle competenze e dell’aggiornamento professionale. E veniamo al primo aspetto cruciale.
La tecnologia richiede competenze di cui oggi il mercato del lavoro è scarso. Per riuscire a “governare” lo sviluppo tecnologico senza lasciarsi travolgere è fondamentale dunque investire nell’istruzione. E deve preoccupare, questo sì, il diverso ritmo delle due dinamiche che genera un pericoloso catching-up: l’acquisizione di competenze è un processo molto più lento rispetto al progresso delle macchine, che invece va di fretta. Vi è il rischio che chi perderà il lavoro non facilmente potrà coprire i lavori nuovi o ridisegnati i quali a loro volta potrebbero rimanere scoperti per mancanza di competenze adeguate da parte delle nuove leve, con un crescente skill gap (8).
Nei paesi OCSE il 50% in media dei giovani non ha competenze digitali adeguate e solo un 30% ha competenze molto limitate. E il confronto livelli di competenze per livelli di istruzione in Italia è decisamente penalizzante rispetto agli altri paesi OCSE: il livello di competenze terziarie dei nostri giovani dai 25-34 anni è infatti molto simile o addirittura minore di quello dei giovani di altri paesi con un grado di istruzione inferiore (9).
E, mentre Unioncamere ci dice che nel 2016, il 33% delle imprese italiane ha incontrato difficoltà nel reperire lavoratori preparati, sono sempre più frequenti, soprattutto nel Nord Italia, casi di dimissioni da contratti a tempo indeterminato quando il lavoratore si rende conto di non essere più adeguatamente formato e non vuole rischiare di rimanere - un domani - ai margini del mercato perché con un profilo non più spendibile.

Verso la valorizzazione della persona

Più istruzione e più istruzione specialistica, dunque. Ma non basta. La competizione nel mercato di domani richiederà abilità che non si limitano alla competenza appresa con un’istruzione mirata ma si estendono anche alle abilità che si acquisiscono nell’arco della propria vita al di fuori degli ambiti scolastici, con esperienze di socialità e di creatività: ci si riferisce alle cosiddette skills trasversali (o soft skills), tipiche peculiarità umane che vanno dall’autonomia al pensiero critico, dal problem solving alla qualità del linguaggio.
“Si dice che l’IT abbia distrutto il mondo del lavoro. Io non lo credo. Penso invece che pretenda maggiori abilità, studio e impegno. La tecnologia offre enormi opportunità di sviluppo”, queste le parole di Jack Ma, il più grande imprenditore digitale cinese. Che aggiunge: “noi non possiamo insegnare come prima né insegnare ai nostri giovani ad essere più intelligenti delle macchine. Dobbiamo invece insegnare a fare quello che le macchine non possono fare, le abilità legate alle soft skills, le competenze delle relazioni e la cura delle persone”.
È stato scritto che il lavoro del futuro sarà strategico, creativo, consapevole. E che ciò che distinguerà l’essere umano dalla macchina sarà la capacità di empatia, di critica, di giudizio, di indipendenza, sarà l’intuito. Nel lavoro del futuro verranno richieste l’intelligenza emotiva e l’intelligenza sociale, e attitudini personali come responsività (ovvero consapevolezza della responsabilità), significatività (costruire significato) e inventività (anticipare il nuovo) (10).
Il mercato del lavoro sarà dunque sempre più esigente, perché le abilità specialistiche richieste si dovranno intrecciare a soft skills sempre più necessarie. Com’è stato detto, “La specializzazione serve per leggere il contesto. La visione culturale più ampia serve per guardare oltre il contesto” (11).
In chiave organizzativa, nei contesti di relazione, la vera svolta sarà un cambio di visione, nel passaggio dal governare all’abilitare le risorse umane: “nei lavori di squadra, nelle reti sociali e nei progetti collaborativi sono necessarie armoniche mescolanze di specializzazioni tecniche e capacità relazionali” (12).
Ecco perché il lavoro del futuro sembra premiare chi ha al contempo qualità umanistiche e tecniche.
In questo scenario i giovani, che da un lato sembrerebbero i più colpiti da questa prima ondata di mutazioni, perché i lavori più a rischio - in quanto routinari - sono proprio gli entry jobs (assistente di uffici legali, di studi di architettura, etc.), in realtà hanno più spiccate quelle doti che il mercato richiederà sempre di più. Oltreché un’idea di lavoro molto diversa da quella delle generazioni più mature. I trentenni di oggi, come molti sondaggi mostrano, non pensano di restare nel loro luogo di lavoro per più cinque anni, convinti che nuove esperienze significhino nuove sfide, nuove competenze, nuovi stimoli e nuove occasioni di crescita (13).
Con la stessa naturalezza del loro essere nativi digitali, sono nel lavoro in continuo movimento, estranei all’idea che un’occupazione, una volta conquistata, li possa accompagnare tutta una vita, consapevoli del fatto che il loro futuro sarà sempre più collegato alla capacità di innovare e alla creatività. Peculiarità stimolate dalla necessità di doversi reinventare in continuazione in un contesto che li pone costantemente alla prova, per una estrema flessibilizzazione delle loro relazioni professionali. Abilità che creano valore economico e che possono esprimere straordinarie potenzialità in ambiti - come il culturale e il sociale - con ancora ampi margini di espansione e dove l’innovazione tecnologica, coniugata alla forza delle idee, può aprire interessanti occasioni di lavoro e di sviluppo.
La possibilità di lavorare con uno smartphone o un tablet, una rete e una tecnologia cloud nei tempi e nei luoghi in cui si preferisce, colmando la distinzione tra vita e lavoro, tra otium e negotium, ha una portata rivoluzionaria (14).
Dunque la tecnologia offre potenzialità enormi.
Rivolgendosi a una platea di giovani, Jack Ma li esorta dicendo “Qualunque attività vogliate intraprendere è dalle potenzialità tecnologiche che bisogna partire”. E ancora: “Se avessi adesso 25 anni userei tutti i mezzi che mi offre la tecnologia per implementare quello mi piace fare: se volessi fare il ristoratore userei, app, big data, internet per dare ai miei clienti i piatti che desiderano quando e dove lo desiderano con un servizio perfetto e unico. Lo stesso dicasi se volessi fare il parrucchiere, acquisterei tutti i dispositivi tecnologici per migliorare il mio lavoro e differenziarmi dagli altri”.
Pensando a un futuro molto prossimo (il 2025, secondo De Masi), ci si apre uno scenario solo apparentemente visionario: cominceranno a diffondersi robot dotati di empatia e stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti; potremo portare in tasca tutta la musica, i film, i libri, l’arte e la cultura del mondo (resterà solo il problema di trovare il tempo per fruirne...); l’informatica assorbirà sempre più la fatica fisica e il lavoro intellettuale di tipo esecutivo mentre l’intelligenza artificiale assorbirà sempre più l’attività intellettuale creativa; i lavori saranno per metà di tipo intellettuale e creativo e occuperanno la parte centrale del mercato, quella più garantita e meglio retribuita; i lavoratori creativi lavoreranno 24 ore su 24 per tutta la vita attiva senza un orario preciso, senza una sede fissa, senza un anno fisso di pensionamento, attraverso un’attività di “ozio creativo” in cui lavoro, studio e gioco si confondono tra loro e si destrutturano nel tempo e nello spazio (15).
Ecco, in questo scenario futuro l’idea di lavoro dovrà per forza cambiare.
“Non c’è insomma la fine del lavoro, c’è la fine di un vecchio modo di intendere il lavoro”, scrive, tra gli altri, Tiraboschi.
Nella nuova idea di lavoro conteranno qualità umane come l’inventiva, il sistema di relazioni, la tensione al risultato. Ecco perché molti pensano che il lavoro del futuro sarà sempre più basato sul valore e sulla valorizzazione della persona.
“Una nuova idea di lavoro con un cuore antico potrà essere alla base nella rivoluzione 4.0” (16). Un lavoro della conoscenza basato sulla responsabilità dei risultati, che richiede competenze sia tecniche che sociali, fatto di relazioni positive tra le persone e le macchine, che include l’attitudine professionale che è dentro le persone e - anche per questo - capace di suscitare impegno e passione.
In questa ottica, le tecnologie devono essere considerate una grande occasione per ristrutturare la formazione dei giovani e di chi perde il lavoro ma anche la formazione permanente, e innescare così la grande rivoluzione della professionalizzazione di tutti, “un obiettivo che va al di là di un’attitudine umanistica ma che va inteso come opportunità per affrontare la complessità del prossimo futuro produttivo attraverso una generalizzata valorizzazione della risorsa chiave dell’ecosistema di cui parla Rullani: la conoscenza e le persone” (17).
Poiché il lavoro è fonte non solo di reddito, ma anche di un valore più alto, che le macchine difficilmente potranno alimentare, certo non sostituire, e che ha a che fare imprescindibilmente con le peculiarità umane.

Note
(2) INPS 2018.
(3) Marra, Turcio 2016 (su dati 2014).
(4) Krueger 2018.

(5) Scarpetta 2018.
(6) Tra gli altri, Bagnasco 2016 e Gallino 2014.

(7) Susskind 2018.
(8) Butera 2018.
(9) Scarpetta 2018.
(10) M. Milan, Festival dell’Economia di Trento 2018.
(11) G. Verona, rettore Bocconi e docente di gestione dell’innovazione in De Biase 2018, pp. 111-112.
(12) De Biase 2018, p. 118 (citando le parole di A. Donadio nel suo HRevolution: HR nell’epoca della social e digital transformation, Franco Angeli, Milano 2017).
(13) Tiraboschi 2016.
(14) Ivi.
(15) De Masi 2017.
(16) Butera 2018, p. 96.
(17) Ibidem.


Riferimenti bibliografici e sitografici
Bagnasco A.
2016 La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale, Bologna, il Mulino.

Butera F.
2018 Industria 4.0. come progettazione partecipata di sistemi socio-tecnici in rete in Cipriani A. - Gramolati A. - Mari G. (a cura di), “Il lavoro 4.0. La Quarta Rivoluzione industriale e le trasformazioni delle attività lavorative”, Firenze University Press, Studi e Saggi; 180, pp. 81-116.

Colarusso G.
30-4-2017 Fine del lavoro, una notizia fortemente esagerata www.pagina99.it/
De Biase L.
19-8-2017 Il lavoro del futuro una realtà già in atto, Il Sole 24ore

De Biase L.
20-11-2017 La tecnologia premia chi genera valore, Il Sole 24ore

De Biase L.
2018 Il lavoro del futuro, Codice edizioni

De Masi D.
30-3-2017 Il lavoro nel 2025, intervento al seminario “LAVORO 2025. Come evolverà il lavoro nel prossimo decennio”, Università Roma Tre - Dip. di Economia; host.uniroma3.it/centri/
jeanmonnet/pdf/IL%20LAVORO%20NEL%202025.ppt

Gallino L.
2014 Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario, Roma, Laterza e Gruppo Editoriale L’Espresso

Keynes J. M.
1930 Prospettive economiche per i nostri nipoti, Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930, contenuta nel IX vol. dei suoi Collected Writings dal titolo “Essays in Persuasion”, tradotta in Italia da Bollati Boringhieri (La fine del laissez faire ed altri scritti, Torino 1991); http://www.redistribuireillavoro.it/assets/prospettive.pdf

INPS
2018 XVII Rapporto Annuale

Marra C. - Turcio S.
2016 Insider e outsider nel mercato del lavoro italiano, argomenti, terza serie, 4/2016, pp. 89-134

Rueda D.
2005 Insider–Outsider Politics in Industrialized Democracies: The Challenge to Social Democratic Parties. American Political Science Review, 1, 61-74


Tiraboschi M.
2-2-2016 Ma quale posto fisso, ai trentenni servono politiche attive, www.pagina99.it/
World Economic Forum
2016 The Future of Jobs, in http://reports.weforum.org/future-of-jobs-2016/chapter-1-the-future-of-jobs-and-skills/#view/fn-1

Dalla 13a edizione Festival Economia Trento, Lavoro e tecnologia, 31 maggio -
3 giugno 2018, interventi di:

Matteo Bugamelli
https://2018.festivaleconomia.eu/-/produttivi-1

David Dorn
https://2018.festivaleconomia.eu/-/i-robot-ci-ruberanno-il-lavor-1

Richard Freeman
https://2018.festivaleconomia.eu/-/robot-man-1

Alan B. Krueger
https://2018.festivaleconomia.eu/-/la-tecnologia-e-il-futuro-del-lavo-1

Stephen J. Machin
https://2018.festivaleconomia.eu/-/nuovi-lavori-opportunita-o-trappol-1

Stefano Scarpetta
https://2018.festivaleconomia.eu/-/chi-ha-paura-dell-intelligenza-artificiale-
Michael Spence
https://2018.festivaleconomia.eu/-/lavoro-e-tecnologia-cosa-abbiamo-imparato-

Daniel Susskind
https://2018.festivaleconomia.eu/-/disoccupazione-tecnologi-1

     
@ Agenzia Umbria Ricerche
* Responsabile dell’Area economica e sociale, Agenzia Umbria Ricerche.