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Nicoletta Moretti
Funzionario AUR  
 
 
COVID-19  
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I comportamenti degli italiani nella pandemia

A partire dai primi mesi di questo 2020 le nostre vite sono cambiate. Il Covid19 ci ha obbligato ad assumere comportamenti nuovi, che hanno condizionato i nostri lavori, la nostra quotidianità e il nostro spazio prossemico.
Siamo stati costretti a familiarizzare con parole nuove. Tra queste le due che forse, più di altre, hanno suggestionato le nostre menti e influenzato il nostro agire, sono state: RISCHIO DEL CONTAGIO.
Il rischio è, come sappiamo, un concetto probabilistico e cioè, la probabilità che accada un certo evento capace di causare un danno alle persone.
La percezione del rischio svolge un ruolo cruciale nell’influenzare i nostri comportamenti. Entrano in gioco fattori etici, culturali e psicologici. Il Covid19 è stato catalogato come un “rischio emergente”, cioè un pericolo che incontriamo per la prima volta nella nostra vita.
Come afferma Giancarlo Sturloni, giornalista scientifico ed esperto di comunicazione del rischio – “ il fatto che affrontiamo questo rischio per la prima volta aggrava la sua per percezione perché l'incertezza sulla natura del pericolo e sulle possibili conseguenze sanitarie, economiche e sociali, amplifica la sensazione di non poter esercitare un controllo sugli eventi e, la mancanza di controllo, è un fattore aggravante della percezione del rischio [….] La familiarità a un pericolo, al contrario, agisce come un fattore attenuante nella percezione del rischio e induce a sottovalutare la minaccia”.
Facciamo un esempio. L' OMS ha dichiarato 1 milione e 350 mila vittime nel mondo ogni anno per incidenti stradali. Nonostante questi numeri, milioni di persone ogni giorno usano la propria autovettura per spostarsi.
Questo perchè il pericolo di avere un incidente stradale ci è familiare. La presenza di un virus sconosciuto, invisibile che può diventare in alcuni casi non solo pericoloso, ma letale, non appartiene invece alle nostre categorie di rischio.
A partire dai primi giorni di marzo noi tutti ci siamo dovuti adattare ad un nuovo modo di vivere. Rinchiusi nelle nostre case, in contatto virtuale con le nostre relazioni personali, limitati negli spostamenti che eravamo comunque obbligati a giustificare.
L' ISTAT ha fotografato questo momento con un'indagine condotta nella Fase 1 dell'emergenza nello spazio temporale che va dal 5 al 21 aprile 2020.
L'obiettivo principale era di verificare le reazioni al lockdown e i comportamenti adottati nella fase emergenziale dell'epidemia.
Ai fini del sondaggio le regioni italiane sono state classificate in tre aree:
Area 1 (zona rossa) comprende Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Marche;
Area 2 comprende Liguria, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto-Adige, Toscana, Lazio e Umbria;
Area 3 comprende Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.
ll primo argomento affrontato dall'indagine è stato il clima familiare durante il lockdown. Nel complesso, nonostante l'obbligo di restare a casa con i propri familiari, la maggioranza del campione ha descritto questo periodo di coabitazione forzata con parole positive. Il clima familiare è stato descritto come buono dal 14,4%, sereno dal 12,6%, e tranquillo dal 10,4%.
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Il grafico illustra le parole usate per descrivere il clima familiare in base alle tre Aree geografiche. Come si può notare questa esperienza è stata descritta, nella maggioranza dei casi, con parole positive. A livello di aree di riferimento, solo nell'Area 2, si nota una percentuale di parole positive più bassa rispetto alle altre, anche se rimane maggioritaria (70%) rispetto alle parole negative. Nell'Area 1 la % delle parole positive è stata del 79,5% mentre nell'Area 3 del 79,2%.

Per quanto concerne invece il giudizio sulle misure adottate, il 91,2% degli intervistati, ha reputato utili tutte le misure che sono state impiegate per contrastare l'epidemia, contro un 8,7% che non ha condiviso queste scelte.
Passando ora ai comportamenti suggeriti come utili da parte delle autorità competenti quello del lavarsi spesso le mani, insieme al distanziamento, sono stati i messaggi veicolati di più. Mediamente il campione preso in esame ha dichiarato di aver lavato le mani circa 11 volte al giorno e di averle disinfettate circa 5 volte. Nel dettaglio una parte considerevole del campione ha dichiarato di aver lavato le mani almeno 20 volte in una giornata. Il grafico sottostante riporta le percentuali divise per Aree di riferimento.


 
La fascia di età che ha lavato più spesso le mani è quella 55-64 anni con una percentuale pari al 22,4%; quella che le ha lavate meno sono gli over 75 con una percentuale del 5,9%.
Vediamo ora come e quanto sono state usate le mascherine nella Fase 1 del lockdown, a cui si riferiscono i dati. L'89,1% delle persone intervistate ha dichiarato di aver usato le mascherine. Il valore più alto di utilizzo si riscontra nella fascia di età 45-54 anni (94,5%), mentre nella fascia over 75 scende al 73,5%.
Le percentuali che rappresentano la difficoltà di reperimento delle mascherine sono diverse nelle varie zone del Paese. Nel centro nord (Area2) è stata pari al 30,7%, nell'Area 1(Zona Rossa) è stata del 20,9% mentre nelle regioni meridionali la percentuale aumenta al 40,9%.
Rispetto al distanziamento, anche questo fortemente consigliato come misura di contenimento dell'epidemia, il 92,4% del campione ha dichiarato di averlo sempre osservato. Delle persone intervistate che erano uscite nei giorni precedenti l'intervista il 90,1% ha dichiarato di aver rispettato le distanze anche nei supermercati.
Analizziamo ora le uscite in un giorno medio settimanale. Sempre nella Fase 1, in cui vigeva #iorestoacasa, il 72% degli intervistati ha rispettato il suggerimento.
Dall'analisi è poi emerso che sono usciti più i residenti dell' Area 1, occupati, nella fascia di età 45-64 anni.
Come rappresentato nel Grafico 3 le motivazioni delle uscite vedono al primo posto andare a fare la spesa (il 43,3% sul totale delle persone uscite), andare al lavoro (33,5%), portare fuori il cane (19%), andare in farmacia (8,9%), fare una passeggiata (7,5%), comprare il giornale (6,9%), andare a trovare una persona anziana (3,9%), fare attività fisica all'aperto (1,7%).

 
Passiamo ora ad analizzare il grado di fiducia del campione nei medici, infermieri e Protezione civile.
In tutte le Aree geografiche si evidenziano valori molto alti (è stata utilizzata una scala da 0 a 10, dove 10 rappresentava una fiducia totale) verso le principali istituzioni impegnate nella lotta al coronavirus.
L'86,5% del campione ha espresso valori tra 8-10 sia per il personale medico che paramedico, mentre questo valore scende all'80,3% per la Protezione civile.
L'indagine si conclude sulla capacità di risoluzione a breve dell'epidemia.
In questo caso il campione si è dimostrato cauto. Se infatti l'89,8% ha dichiarato che la situazione di emergenza si sarebbe risolta, solo il 10% ha pensato ad una risoluzione veloce. Ovviamente in questa valutazione sono emerse differenze legate alle varie Aree. I residenti del campione dell'Area 1 (zona rossa), per esempio, si sono dimostrati molto più cauti nel pensare ad una risoluzione a breve termine.
Le percentuali dei grafici evidenziano come, la stragrande maggioranza degli intervistati, non solo ha condiviso le scelte e le modalità di contenimento della pandemia, ma altresì ha adottato tutti quei comportamenti reputati utili e consigliati dalla comunità scientifica.

 

©Agenzia Umbria Ricerche
19 giugno 2020

 
 
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