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Elisabetta Tondini   Mauro Casavecchia  
Responsabile di ricerca 
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  COVID-19     
 
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Blocco delle attività e prezzo da pagare in Umbria   

A causa dell’emergenza coronavirus, nel mese di marzo il governo ha emanato diversi provvedimenti (DPCM 11 e 22 marzo, DM MISE 25 marzo) che hanno comportato la chiusura delle attività produttive non essenziali o strategiche.
Cerchiamo di capire che impatto può aver avuto questo blocco per l’economia umbra.

I comparti produttivi oggetto di analisi comprendono innanzitutto quelli afferenti al campo di osservazione delle statistiche sulle imprese, che includono il settore dell’industria in senso stretto, le costruzioni e una parte del terziario di mercato.
Con riferimento al complesso di tali attività, in Umbria risulta sospeso il 49,7% delle unità locali, che generano il 40,1% del valore aggiunto e il 40,8% del fatturato. In termini occupazionali resterebbe fermo il 45,8% degli addetti, percentuale che scende al 43% se si considerano i soli dipendenti. Questo almeno fino all’ultimo decreto del 10 aprile, che ha consentito la riapertura anche di librerie, cartolerie, negozi per bambini, attività di silvicoltura e raccolta di legname.
L’industria è il comparto più colpito dal blocco delle attività, con quasi i due terzi di unità locali ferme, cui corrisponde oltre la metà del valore aggiunto relativo e il 60% degli addetti.
Il terziario (esclusa pubblica amministrazione, credito e assicurazioni e parti dei servizi alla persona) rimane colpito per il 45,6% di unità locali, cui corrisponde il 28,5% di valore aggiunto e il 38,1% di addetti.

 
 
Al riguardo va fatta una duplice precisazione. In primo luogo, talune unità produttive autorizzate a proseguire la propria attività potrebbero non essere effettivamente operative, laddove ad esempio non riescano ad assicurare le misure di sicurezza imposte. Oppure potrebbero decidere di fermare la propria attività per motivi di opportunità economica, per assenza di domanda o per strozzature di approvvigionamento nel proprio processo produttivo.
D’altro canto, tra le attività esplicitamente escluse, ve ne possono essere alcune che, dimostrando la loro essenzialità per assicurare la continuità di talune filiere produttive, si avvalgono della deroga al divieto richiesta (con meccanismo di silenzio assenso) alle prefetture. Rientra in questa fattispecie la riapertura della Acciai Speciali Terni.
Questo per quanto riguarda le imprese private di industria e servizi.
Naturalmente i settori sopra esaminati rappresentano una parte importante ma non esaustiva del sistema produttivo. Restano infatti esclusi da questa analisi, da un punto di vista settoriale, altri comparti la cui attività non è mai stata oggetto di sospensione, come la pubblica amministrazione e il credito e assicurazioni – che hanno continuato a operare prevalentemente in modalità smart working – come pure l’agricoltura nonché porzioni importanti dei servizi alla persona.
Volendo allora considerare l’intera compagine lavorativa regionale, vediamo quali sono state le ricadute sull’occupazione del blocco imposto nel mese di marzo.
Il tasso di sospensione dall’attività lavorativa, riferito in questo caso al complesso degli occupati nel mercato del lavoro umbro, si abbassa a circa un terzo del totale, allineandosi alla situazione nazionale. Tale quota si inasprisce tra gli autonomi, soprattutto quelli con dipendenti, che per la metà risulterebbero sospesi dalla propria attività lavorativa.

 
 
Per fronteggiare i contraccolpi della sospensione o riduzione di attività, sono state varate misure governative che hanno esteso il sistema di tutele per il sostegno al reddito a favore dei lavoratori delle imprese in difficoltà, principalmente attraverso la semplificazione delle procedure e l’allargamento dell’ambito di applicazione degli ammortizzatori sociali. In questo modo, gli oltre 80 mila dipendenti umbri forzatamente in sospensione possono contare – almeno nel breve periodo e con l’eccezione di quelli alle dipendenze di datori di lavoro domestico – sui trattamenti erogati dalla Cassa integrazione ordinaria e in deroga, che ammontano all'80 per cento delle retribuzioni.
Più complessa la situazione per i lavoratori autonomi, solo una parte dei quali – chi ha dovuto interrompere o limitare l’attività, purché iscritto in via esclusiva a una Cassa di previdenza e al di sotto di certi livelli di reddito – può beneficiare del bonus previsto, ad oggi di 600 euro.
Il blocco delle attività produttive, dunque, non può che determinare una generale contrazione del livello dei redditi, solo in parte compensata dalle misure di sostegno. Misure che, pur indispensabili a tamponare lo stato di emergenza e a sostenere la domanda nell’immediato, non possono essere mantenute a lungo e dovranno lasciare spazio al progressivo riavvio delle attività non appena le condizioni sanitarie lo consentiranno.

©Agenzia Umbria Ricerche
16 aprile 2020

 
 
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