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Sergio Sacchi
Economista
ECONOMIA   
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Investimenti: una questione anche di binocoli 
Che un percorso di crescita economica di un Paese o di una regione presupponga un adeguato apporto della domanda aggregata, meglio se assicurato dalla componente  

“investimenti” è, a maggior ragione dopo giorni e giorni di dibattito sullo strappo dei conti pubblici italiani, un dato di consapevolezza acquisito nella cultura quotidiana dell’opinione pubblica italiana.
Gli investimenti netti, ancor più di altre componenti considerabili, alla bisogna, “autonome” (spesa pubblica, consumi di sussistenza o esportazioni), assicurano uno stimolo alla domanda ma sono anche premessa indispensabile per un opportuno ampliamento della capacità di offerta, intanto in termini qualitativi (se si pensa all’ammodernamento dei processi e/o al miglioramento dei prodotti) e anche in termini quantitativi (come aumento di capacità di offerta e connessa espansione dell’occupazione). Più sottaciuto, nello schema appena richiamato, è l’aspetto della seconda parte della storia: quello che mette in giusta luce non tanto il rapporto tra una variazione iniziale di spesa e la variazione complessiva di domanda che ne deriva, rapporto noto come “moltiplicatore”, quanto l’impatto che un aumento di domanda esercita sulla variazione degli investimenti al fine di accrescere lo stock di capitale con cui soddisfare l’aumento della domanda di beni, ovvero il meccanismo dell’”acceleratore”, altrettanto notevole ma meno considerato anche perché meno immediato.
L’analisi si applica, in letteratura e in prima battuta, a sistemi economici che si fronteggiano avendo tra di loro scambi commerciali: importazioni ed esportazioni di cui si considerano, in primo luogo i volumi e i valori, poi la tipologia, la provenienza, la destinazione e via via altri aspetti. Tutte variabili che è possibile controllare con gli specifici strumenti a disposizione di ogni Stato sovrano: il fisco, la moneta, i tassi di cambio, eccetera.
Schemi analoghi vengono riproposti, più o meno consapevolmente, anche quando si analizzano realtà più piccole, ad esempio le regioni, aggiungendo alcune cautele propositive per il fatto che quasi sempre si tratta di istituzioni che non possono fare affidamento sullo stesso ventaglio di strumenti che hanno gli Stati.
Nella pratica, oltre alle riserve più note e di portata generale, sono da prendere in considerazione anche le implicazioni derivanti dal fatto che a misurarsi con un Resto del mondo (regioni italiane e Paesi esteri) assai esteso sia una piccolissima economia (qual è, ad esempio, l’Umbria). In tal caso giocano davvero fattori locali, positivi o negativi che siano, che non si risolvono solamente nella abbondanza o meno di risorse naturali o nella densità della popolazione o nella mancanza di significativi strumenti di controllo ma dipendono dalla scala territoriale considerata.
Per una sufficientemente grande economia è possibile che tanto il ciclo del moltiplicatore della domanda di beni consumo quanto quello dell’acceleratore, cioè dell’espansione della capacità produttiva (come nei modelli tipo Harrod-Domar) o del miglioramento della produttività/ competitività (come nei modelli alla Dixon-Thirlwall) avvengano pressoché totalmente entro i suoi confini. Una situazione analoga invece è improbabile quando i territori sono di limitata dimensione e la natura dei suoli può aggiungere delle ulteriori difficoltà ad accogliere qualsivoglia numero e tipo di attività. Al limite, per ogni “punto” del territorio (cioè per aree comunque minuscole: si pensi ad un quartiere di condominî-dormitorio, a un aspro territorio di montagna oppure a regioni malsane e inospitali) è difficile presumere che i due processi possano coesistere. Vi si potranno osservare gli effetti dell’uno o dell’altro o anche un mix dei due ma in ogni caso in misura parziale, tanto più ridotta quanto più ridotta sia la superficie interessata.
In un piccolo territorio è quasi sicuramente difficile radunare una gamma di produzioni analoga a quella di un’area di più grandi dimensioni. Di conseguenza nella prima vi sarà una selezione di settori di attività funzionale all’obbiettivo di conseguire il massimo sovrappiù con cui ripagare la copertura dei fabbisogni di merci e servizi offerti dai non residenti (nel nostro caso: da operatori non umbri). In un contesto del genere la dipendenza dagli scambi commerciali con soggetti esterni tende ad amplificarsi: ci si specializza nel fare poche cose e le altre le si lascia produrre all’esterno.
(continua...)

©Agenzia Umbria Ricerche

 

 

 
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