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Elisabetta Tondini
Responsabile di ricerca 
 
   
 
  ECONOMIA   
 
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Il lavoro e il prezzo da pagare 

In Italia, il mercato del lavoro a novembre dell’anno appena trascorso ci parla di una crescita che ha portato l’occupazione ai massimi storici, prefigurando dinamiche in controtendenza rispetto agli ultimi anni. Anche l’Umbria, stando ai dati del terzo trimestre del 2019, sembrerebbe in linea con la dinamica nazionale.

Tuttavia bisogna aspettare il dato definitivo dell’intero anno per capire meglio di che tipo di ripresa si tratti. Non si deve dimenticare che le ultime dinamiche congiunturali si inseriscono in un quadro lavorativo profondamente trasformato da importanti cambiamenti strutturali che hanno pesantemente ridimensionato caratteri ed equilibri dell’occupazione. In estrema sintesi, è calata progressivamente l’intensità lavorativa per occupato, a causa della diffusione di rapporti di lavoro a orari ridotti, con carattere discontinuo, a termine e di breve durata.
Intanto, seppure i tempi indeterminati continuino a rappresentare la componente predominante tra i dipendenti (8 su 10 nel 2018, in Umbria come l’Italia) è stato il lavoro a termine che ha fatto un considerevole balzo in avanti: nella regione, i 29 mila lavoratori dipendenti del 2018 in più rispetto al 2004 (l’anno di inizio di questo tipo di informazioni) sono per più della metà occupati con contratto a tempo determinato.

In questa tendenza verso una maggiore liquidità dello status di occupato che ha caratterizzato gli anni più recenti si inserisce un ulteriore elemento di fragilità, riconducibile alla effettiva presenza nel mercato in termini di ore lavorate: da questo punto di vista, la crescita vertiginosa del tempo parziale è senza dubbio l’elemento più rimarchevole verificatosi nel corso dell’ultimo quasi quindicennio.
In Umbria, l’aumento dal 2004 al 2018 degli occupati totali (e dei dipendenti in particolare) è da attribuire segnatamente al part time, cresciuto in totale del 58,6% e del 79,0% nel lavoro alle dipendenze. Dinamiche più sostenute di quelle su base nazionale. Insomma, in quattordici anni, i 25 mila occupati part time in Umbria hanno ampiamente compensato la perdita di 7 mila occupati a tempo pieno, permettendo una crescita totale di 18 mila unità. Analogo fenomeno è occorso in Italia.
 

La quota degli occupati con contratto part time è salita così a quasi un quinto del totale: delle 355 mila unità occupate nel 2018 in Umbria, 68 mila hanno un contratto part time.

Il fenomeno presenta un inequivocabile tratto distintivo: in crescita sia tra gli uomini che tra le donne, il part time vanta – si fa per dire – una specificità femminile che si rafforza nel tempo, al punto che nel 2018 a lavorare con un contratto part time risulta essere una donna su tre (in Umbria oltre 50 mila su un totale di 155 occupate totali).
Il più delle volte si tratta di una condizione non desiderata - ovvero accettata in assenza di un’alternativa a tempo pieno, da qui il nome di part time involontario - che, ancora, si caratterizza per una connotazione segnatamente femminile.
In Umbria, come in Italia, una donna su cinque che lavora per il mercato ha un contratto part time involontario. Sono dunque soprattutto le donne a lavorare per meno ore, e a uno stipendio ridotto.
E se l’Italia, con questo indicatore, si pone seconda nella graduatoria europea dopo la Grecia, l’Umbria contribuisce a questo posizionamento con valori un po’ superiori a quelli nazionali.
La crescita del part time, soprattutto di quello involontario, ma anche la diffusione dei contratti a termine e a singhiozzo denunciano uno stato di difficoltà ascrivibile alla debolezza della domanda, pur in un mercato che sembra in ripresa.
L’elemento più preoccupante dell’abbattimento dell’intensità del lavoro dovuto alla diminuzione delle ore lavorate sono le ripercussioni sui livelli di retribuzione medi, che calano alimentando la diffusione dei working poor: le persone che non riescono a garantirsi una vita dignitosa, pur con un impiego, soprattutto se giovani, soprattutto con figli, sono diventati i nuovi poveri, in Umbria come in Italia.
In definitiva, l’occupazione cresce ma il prezzo da pagare non sembra poca cosa.

©Agenzia Umbria Ricerche
22 gennaio 2020

 
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