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Violenza e donne: un percorso ad ostacoli
Violenza, ruoli e civiltà
Se si chiedono lumi a una femminista sulle radici storiche della violenza contro le donne, la prima risposta che si avrà al novantanove per cento è: “Perché non chiederlo a un uomo?”.

Si pensa che la violenza che colpisce nei modi più disparati le donne, sia qualcosa che riguardi solo loro, che sia un problema loro. È in realtà un grave problema che investe tutta la società, minacciandola proprio nel suo cuore, nelle relazioni che la costituiscono. Ed è un problema degli uomini, della loro particolare sessualità così coniugata strettamente al potere, con l’idea del possesso, di padronanza, di supremazia. Ma non dobbiamo pensare che la violenza abbia un andamento episodico e che tanti di questi episodi diano vita ad un fenomeno. La violenza non è un fenomeno.
La violenza è uno dei principali ordinatori della società, è parte strutturale della cultura a cui apparteniamo. Anticamente aveva addirittura funzione fondativa. Pensiamo alla fondazione di Roma, a Romolo e Remo, è un fratricidio che fonda la città.
Possiamo porre tanti rimedi alla violenza ma per disfarsene veramente è necessario un cambio di civiltà, è necessario cambiare i principi ordinatori della società; ma questi, a tutt’oggi, sono la forza, il potere, il denaro. Se guardiamo alla storia e ai suoi disastri, se guardiamo al tempo presente così difficile e il futuro così poco rassicurante, sarebbe bene cominciare a lavorare intensamente per questo cambio, sapendo che certo non basteranno due o tre generazioni a smantellare una struttura che va avanti da secoli.
La violenza che colpisce noi donne fa parte di questa struttura, diciamo di questo antichissimo progetto. Questa violenza limita la libertà di tutte, tutti i giorni. Perché la violenza non è solo in ciò che accade, ma è anche in quello che potrebbe accadere, non sta solo nelle botte, nei lividi, nel sangue, sta anche nella nostra prudenza, nella nostra paura.
Rebecca Solnit nel suo bellissimo libro, Gli uomini mi spiegano le cose, dice: “chissà quante belle cose noi donne potremmo fare se non fossimo così occupate a difenderci”.
Ogni cultura distribuisce i ruoli. Quando camminiamo per strada e ci capita di vedere un fiocco azzurro o un fiocco rosa attaccato ad un portone, il gioco dei ruoli sessuali è già fatto. Il fiocco azzurro annuncia un insieme di significati, il fiocco rosa altri. Da un uomo ci si aspetta che sia forte, coraggioso e intraprendente, dalla donna ci si aspetta dolcezza, accoglienza e cura. Tutto questo poi non ha niente a che vedere con la realtà materiale naturalmente, tutte noi abbiamo esperienza della debolezza e della fragilità maschile, come abbiamo esperienza della forza delle donne, del loro coraggio. Diciamo quindi che ci sono due piani, il primo è quello che ha la pretesa di dirci come dobbiamo essere in quanto uomini e donne, per essere normali. Bisogna dire che questo piano ha una grandissima potenza performativa, ha la forza di farci per davvero uomini e donne, non nel corpo perché lo siamo già uomini e donne, ma nei comportamenti e nei pensieri. Bisogna essere una grande forza per disattendere queste forme nelle quali dobbiamo entrare da subito, appena nati. C’è sempre una sofferenza a staccarsi da questo piano. È una sofferenza per un uomo piangere, è una sofferenza per una donna dire “no” quando tutti si aspettano un suo “sì”. Questo piano, la teoria femminista lo chiama piano simbolico di rappresentazione. Qui ci sono le prescrizioni e le aspettative che riguardano i due sessi. Poi c’è il piano della realtà, quello della vita vissuta, e tra i due piani c’è una sorta di corpo a corpo. Da una parte ci sono le prescrizioni e dall’altra ci sono gli eventi più o meno casuali della vita, i desideri non previsti, gli incontri inaspettati.
(continua...)

 

©Agenzia Umbria Ricerche

 

 
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