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Valerio Belotti
Università degli studi di Padova  
   
 
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Bambine e bambini nello spazio generazionale

Bambini e infanzia: “non è questione di natura”

Tutti gli adulti per un periodo variabile del loro corso di vita sono stati dei bambini, o meglio si sono considerati e sono stati considerati dei bambini. Questa comune e diretta esperienza fa sì che spesso gli adulti tendano implicitamente a dare per acquisita la conoscenza del mondo dei bambini, delle forme ma anche delle regole che caratterizzano i rapporti tra genitori e figli, dello sviluppo delle capacità affettive e relazionali, dei bisogni e delle domande a cui far fronte nelle diverse fasi di crescita infantile e adolescenziale. Convinzioni che spesso tendono a dare per scontato e per risaputo cosa sia bene e cosa sia male per i bambini, quali siano, in linea di massima, i modi e le vie (le regole) con cui assicurare il benessere e il pieno riconoscimento delle loro capacità.
Queste conoscenze possono portare spesso a pensare che la condizione di bambino sia una cosa “naturale”, una costante della condizione umana, sovrapponendo così la dimensione biologica dello sviluppo a quella storica e sociale e non vedendo la complessità e la mutevolezza che produce la continua interazione tra queste tre principali dimensioni del corso di vita. Basta invece poco per ricordare come la nostra quotidianità di bambini sia stata diversa da quella dei bambini di oggi nel campo non solo delle competenze, tecnologiche ad esempio, ma anche più semplicemente e profondamente nei diversi modelli di genere maschile e femminile con cui quotidianamente confrontarsi e misurarsi oppure nelle relazioni tra generazioni e tra genitori e figli.

Non sono solo le dimensioni private ad essere cambiate in modo evidente, ma la presunta naturalità dell’essere bambini è stata sempre più modellata dall’intervento delle politiche pubbliche. Si pensi solo alla pervasività del diritto e del dovere all’istruzione che oggi, diversamente da un non tanto lontano passato, interessa tutti gli adolescenti almeno fino ai sedici anni di età. Oppure si prendano in considerazione le varie soglie di età in cui si acquisiscono alcune responsabilità e alcuni diritti, come ad esempio quello di poter lavorare, di potersi sposare, di essere ascoltato nei procedimenti giudiziari oppure di esprimere un consenso a fronte di interventi socio-assistenziali o sanitari, di guidare un motorino e così via, fino ad arrivare ai confini in cui legalmente si individua quando inizia e quando finisce la minore età che, ricordo, prima della legge del 1975 in Italia terminava al compimento dei 21 anni.
La condizione dei bambini è cambiata profondamente negli ultimi decenni rendendo evidente, se ce ne fosse bisogno, come questa e più in generale l’infanzia siano una costruzione sociale (Maggioni, Baraldi 1997; Censi 1998; James, Jenks, Prout 1998; Satta 2012). Così come lo sono del resto l’adultità e, non a caso, la famiglia (Saraceno 2012). Siano cioè condizioni che risentono in modo diretto soprattutto della dimensione culturale e del tempo storico. Sul versante culturale la Rogoff (2003) ha scritto pagine che vale la pena rivedere su come le diverse culture prese da lei in considerazione continuino oggi ad associare ai bambini diversi ruoli all’interno della famiglia e della comunità in cui sono inseriti e su come questi siano riferibili a età biologiche estremamente diverse dei soggetti. Nelle comunità efe i bambini imparano a usare con competenza il machete fin da piccolissimi, nella comunità maya le bambine di sei anni svolgono lavoro di cura per i bambini più piccoli, in diverse comunità dell’America Latina e dell’Africa si svolgono attività di lavoro, non necessariamente come lavoratori sfruttati, già verso i 10 anni (Ruffato 2006). Come è noto, le distinzioni culturali non valgono solo riferendosi a società tra loro diverse e distanti, ma queste sono presenti all’interno della stessa società tra subculture diverse e persistenti, ma soprattutto tra gruppi sociali interessati da fenomeni migratori in cui i confini di definizione dell’infanzia, le responsabilità e le regole associate all’essere bambini, ai modelli maschili e femminili risentono del carattere transnazionale di queste culture (Zaltron 2009).
(continua...)

 

©Agenzia Umbria Ricerche

 

 
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