......................
Amministrazione
Trasparente
......................
 
Francesco Musotti
Università degli Studi di Perugia   
 
 
IDENTITÀ  
...........................................

L'Italia centrale in punta di dibattito fra economia e cultura

La lettura del volume L’Italia centrale tra Medioevo e contemporaneità che Emanuela Di Stefano e Catia Eliana Gentilucci hanno curato (dagli atti di un Convegno tenutosi all’Università di Camerino nel maggio 2016) e dato alle stampe qualche mese fa (dicembre 2017), per i Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, richiama alla mente due insegnamenti che Giacomo Becattini impartiva spesso ai giovani (e meno giovani!) ricercatori.
Con parole nostre possiamo riassumerli così. Primo, quando avete identificato una linea di studio della quale siete convinti, scavate, scavate, scavate. Guai a stancarvi: almeno finché i “rendimenti” conoscitivi non accennino a decrescere nettamente. Secondo, se cercate di capire un certo complesso di fatti, provate a coinvolgere altri scienziati sociali, che quei fatti possano inquadrare da prospettive complementari rispetto alle vostre. I dati empirici, sul terreno accidentato delle realtà socio-economiche o si colgono da diversi punti di vista, o non si dipanano.
Il volume curato da Di Stefano e Gentilucci risponde al primo suggerimento, perché riesce a portare nuovi materiali, essenzialmente storiografici, alle acquisizioni empiriche sulla cosiddetta Italia centrale (o Media, o Mediana, o, ancora, di mezzo), che ha guadagnato qualche spazio all’interno del dibattito circa le caratteristiche territoriali dello sviluppo italiano. E risponde al secondo, perché gli stessi materiali sono leggibili alla luce del mix di angoli visuali coperto da una squadra assortita di storici (del pensiero economico, del medioevo, dell’economia, dell’arte), studiosi di pianificazione ambientale e policy maker.
Su queste due coordinate si articolano le considerazioni che i vari capitoli del volume hanno stimolato in noi, sino a dettarci il presente scritto. Il quale intenderebbe oltrepassare i confini della recensione, per formulare alcune tracce interpretative.

Il disegno delle Regioni italiane
Un maestro della geografia italiana del secondo dopoguerra, scriveva più di quaranta anni fa, riguardo alla nostra regionalizzazione istituzionale (2): “L’idea di regione è una fra le meno chiarificate, anzi fra le più confuse e ingarbugliate, di quante ora abitualmente si usano in campo politico, economico, urbanistico o genericamente culturale. E di conseguenza la prima cosa da chiarire... è la natura delle situazioni che sono state affrontate rivolgendosi ai concetti di regione... e le angolazioni da cui sono stati visti e gli obbiettivi a cui sono stati destinati i concetti di regione” (Gambi 1977, p. 276)”.
In effetti la categoria di regione (3) ha incorporato continuamente nuovi contenuti, via via che i geografi, nel corso dei secoli, hanno registrato il cambiamento dei loro oggetti di studio (Dematteis 1989). Le definizioni di regione omogenea naturale, regione omogenea storica (etno-culturale), regione programma, regione funzionale, regione istituzionale (politica) si sono stratificate una sull’altra, e spesso pure annodate (Gambi 1977) (4), invece che sostituirsi, perché i punti di vista che le ispiravano si sono aggiunti ai precedenti, piuttosto che scalzarli.
In un quadro così intricato, la vicenda della regionalizzazione politico-amministrativa italiana ci ha messo, poi, molto del suo per complicare le cose. “... in Italia, una vera democrazia moderna, intesa come pratica d’autogoverno e come sviluppo delle autonomie regionali, cioè degli interessi particolari nell’ambito dello stato unitario, non si ebbe... E rimase un problema aperto” (Morandi 1944, p. 116). Dopo l’Unificazione della penisola, fallito il progetto di regionalizzazione autonomistica dei ministri Farini, prima, e Minghetti, poi, (Gambi 1977), Pietro Maestri delinea nel 1864, sulla base di lavori precedenti, un riparto del territorio nazionale, a scopi statistici (in vista del primo Censimento del Regno), per accorpamento delle province in 14 compartimenti. Ciascun compartimento “... non aveva niente a che fare con la regione - era da usare solo provvisoriamente, cioè da ritenere transeunte” (Gambi 1977, p. 294), in attesa di una nuova sistemazione, previo il necessario approfondimento conoscitivo.
Come non detto. “Qualche anno dopo... nel ‘68 e con migliore edizione nel ‘70 - la più autorevole illustrazione di geografia fisica, economica e politica dopo l’unificazione, che ebbe larghissima divulgazione nelle scuole da cui uscivano in quegli anni le classi dirigenti, e che fu plagiata nella sua impostazione da numerosi testi scolastici di ogni grado negli anni seguenti, fino al nostro secolo... chiamò i «compartimenti» del Maestri come «regioni». E questa denominazione, ignorando qualunque giustificazione storica, diventò ufficiale nel 1913 per deliberazione governativa” (Gambi 1977, p. 294).
Di più, simile “inerzia definitoria” attraversa i decenni e la ripartizione di Maestri funge da matrice anche per le Regioni formalizzate dall’art. 131 della Costituzione repubblicana. “... se abbastanza utile ai fini di una più razionale regionalizzazione poteva dimostrarsi negli anni dopo la guerra - per le parti della penisola meno impegnate o neanche sfiorate dal fenomeno industriale - la definizione di regione nata... agli inizi del secolo, più avanti... ha perduto di significato: almeno per una buona metà dello spazio italiano” (Gambi 1977, p. 295).
Peraltro, è necessario non darsi nemmeno aspettative fuori luogo: l’ipotesi di una regionalizzazione appena soddisfacente, a dire di Dematteis, apparirebbe comunque proibitiva: “... nel caso italiano non solo la partizione regionale è stata «artificiale», ma... essa è tale necessariamente, non essendoci alcuna articolazione né storica, né etnica, né economico-funzionale che copra tutto o gran parte del territorio italiano al livello gerarchico regionale... Non solo, ma le grandi differenze strutturali tra le diverse parti della Penisola e del Mezzogiorno in particolare, giustificano la forte flessibilità dei criteri adottati (si pensi alla differenza tra la Lombardia e regioni come il Molise e la Basilicata)” (Dematteis 1989, p. 463).
(continua...)

©Agenzia Umbria Ricerche

 

 
 
La clessidra orizzontale
Giuseppe Coco
Competenze tecniche e qualità umanistiche, chiavi di accesso al lavoro del futuro
Elisabetta Tondini
L’Italia centrale in punta di dibattito fra economia e cultura
Francesco Musotti
Volti dell'Umbria
Giuseppe Coco
Verde e francescana: le fondamenta di una narrazione
Giuseppe Coco
La cultura come motore di sviluppo
Mauro Casavecchia
Connessioni economiche: fotogrammi
Elisabetta Tondini
L'importanza dell'immagine nell'economia contemporanea
Elisabetta Tondini
Economia e luoghi
Elisabetta Tondini
Investire in cultura per conservare il futuro
Mauro Casavecchia
Il patrimonio culturale come fattore identitario
Mauro Casavecchia
L'identità umbra e la grande bellezza
Mauro Casavecchia
Le certezze e i nuovi universi della narrazione umbra
Giuseppe Coco
Il futuro delle regioni tra metamorfosi e identità
Giuseppe Coco
Cuore verde e Grande bellezza: le vocazioni territoriali dell'Italia mediana
Mauro Casavecchia
Isolamento e qualità dell'Umbria: due interviste a Raffaele Rossi
Giuseppe Coco
L’identità umbra e la ricerca
Claudio Carnieri