......................
Amministrazione
Trasparente
......................
 
Elisabetta Tondini
Economista 
 
 
IDENTITÀ  
...........................................

Competenze tecniche e qualità umanistiche, chiavi di accesso al lavoro del futuro

Viviamo un periodo di trasformazioni epocali. Nell’ultimo decennio, crisi economica e progresso tecnologico hanno cambiato le coordinate di riferimento dell’economia, della società, della nostra quotidianità: dalla crisi stiamo faticosamente riemergendo, ma l’innovazione tecnologica è un’onda lunga i cui effetti, soprattutto da noi, hanno cominciato appena a dispiegarsi.
Con la crisi il mondo del lavoro ha vissuto, in Italia e in Umbria, una drastica perdita di occupati che stiamo lentamente recuperando e una forte crescita di disoccupati, soprattutto giovani, l’intensificarsi della precarizzazione e della parcellizzazione del lavoro, l’incremento del lavoro autonomo di tipo intellettuale senza dipendenti, il consolidarsi della mobilità da una condizione lavorativa all’altra (occupato - disoccupato - inattivo - occupato). E ha visto consolidarsi un altro fenomeno che ha a che fare con l’ascensore sociale: i giovani di oggi stanno peggio dei loro genitori, soprattutto in Italia. Contravvenendo ogni logica di sviluppo e di progresso, e in contraddizione con i principi di un sistema socio-economico definibile sano e sostenibile.
Ma profondi cambiamenti sul versante lavorativo stanno avvenendo anche sulla scia dell’innovazione tecnologica.

La rivoluzione tecnologica: rischi e opportunità
L’innovazione tecnologica, di cui si sta nutrendo in maniera sempre più invasiva la produzione, sta operando e opererà in maniera crescente sul mondo del lavoro su diversi fronti: sul fronte delle opportunità, sul fronte delle competenze ma anche su quello delle modalità, ridisegnando caratteri e struttura del mercato oltre che il concetto stesso di lavoro.
Il progresso tecnologico offrirà opportunità lavorative innovative; imporrà profili con competenze specifiche e ancora scarse sul mercato; assottiglierà la middle class (perché alcune mansioni routinarie verranno svolte dalle macchine); alimenterà la diffusione di forme lavorative completamente nuove.
In questa rivoluzione che sta mettendo in discussione il concetto di lavoro tradizionalmente inteso, avanza la gig economy con i suoi lavori on demand (o “a chiamata” o a “zero ore”) e i crowd work. Lavori entrambi attivati da piattaforme digitali a cui sono connessi i potenziali lavoratori, non è chiaro ancora se autonomi oppure no, dunque difficilmente catalogabili e ai margini del sistema delle tutele sociali.
Il fenomeno è recente e tuttora in espansione. In Italia si contano circa 750 mila persone (2) che, prive di uno status ben preciso, alimentano tale fenomeno e contribuiscono a far vacillare ulteriormente un sistema di politiche del lavoro e previdenziali che, concepito in altri momenti storici e in altre condizioni, andrebbe ripensato di fronte a un contesto di riferimento mutato e ancora in evoluzione.
Il più generale problema della erosione dei sistemi di protezione sociale del lavoro connessa ai mutamenti strutturali del mercato, quali parcellizzazione e precarizzazione, sta di fatto generando un crescente dualismo tra chi sta dentro e chi sta fuori il sistema di tutele, fino a configurarsi - secondo la insider outsider theory - come un vero e proprio social divide. In generale, tutti gli individui che non hanno un’occupazione stabile a più forte grado di tutela (dunque in definitiva gli occupati a tempo determinato involontario o part time involontario, i parasubordinati, i lavoratori in proprio senza dipendenti, i disoccupati e i - seppure ancora scarsi - lavoratori della gig economy) sono considerati outsider del mercato del lavoro: in Italia rappresentano il 47,5% dei lavoratori totali, una cifra che in alcune regioni meridionali tocca il 70% (3).
L’avanzare frenetico della tecnologia non si limita a inventare nuove forme lavorative. La sempre più diffusa digitalizzazione nella produzione sta cambiando la domanda del mercato: ad esempio, la nuova figura di addetto in fabbrica dovrà occuparsi sostanzialmente della connessione tra macchine e dati, e per questo sarà protagonista e artefice della quarta rivoluzione industriale.
Non vi è dubbio che l’automazione e la digitalizzazione di cui vediamo ancora pochi contraccolpi avranno impatti giganteschi su equilibri e configurazioni relative al modo di produrre, sui lavoratori e sui lavori.
Saranno impatti non solo negativi, perché la tecnologia offre grandi opportunità.
Ma c’è chi sostiene che la trasformazione in corso ha una portata simile a quella sperimentata durante le rivoluzioni del vapore e dell’elettricità.
Si ripresenta, come ciclicamente accade, lo spettro della disoccupazione tecnologica, fatto non nuovo nella storia contemporanea. Agli inizi dell’800 la rivoluzione industriale visse il movimento luddista dei tessitori britannici che cominciarono a distruggere le macchine - e per questo condannati a morte - temendo che l’innovazione dei nuovi telai avesse conseguenze negative sul loro futuro di lavoratori: una convinzione che si rivelò poi priva di fondamento tanto da meritare l’appellativo di “fallacia luddista”.
Anche Keynes, nel 1930, paventò effetti distruttivi sul lavoro conseguenti alla scoperta di innovazioni che economizzavano il lavoro stesso. Tuttavia con lungimiranza catalogò la “disoccupazione tecnologica” della sua epoca come un fenomeno temporaneo prefigurando che il livello di vita delle persone vissute cent’anni dopo di lui sarebbe stato da quattro a otto volte superiore a quello dei suoi anni. Di fatto, la crescita dell’occupazione è stata poi pressoché costante (a parte periodi di recessione). Non solo, secondo Keynes i paesi più soggetti a subire una distruzione di posti di lavoro superiore alla creazione di nuovi sono proprio quelli non all’avanguardia col progresso tecnologico, il quale aumenta la competitività e la domanda, anche a seguito della sua diversificazione. Un’asserzione, quest’ultima, che dispiega oggi tutta la sua fondatezza.
Di certo, l’innovazione consuma i mestieri legati alle tecnologie obsolete e insieme crea nuove opportunità.
Si tratta di un fenomeno non nuovo: dal 2000 al 2017, sono state introdotte in Usa 54 nuove occupazioni (istruttore di robot, programmatore di strumenti numerici, sviluppatori di web, etc.) (4). La cosa interessante è che questi nuovi posti, caratterizzati da una remunerazione media praticamente doppia rispetto a quella dei vecchi lavori, hanno spiegato l’80% dell’aumento di reddito concomitante alla crescita netta del lavoro in quel periodo. E non si tratta neanche di profili necessariamente ad alta competenza: l’istruttore di robot, ad esempio, non lo è.
Un fatto è certo: con la diffusione della tecnologia alcune occupazioni spariranno, altre cambieranno, altre si aggiungeranno.
Si stima che nello sviluppo della quarta rivoluzione industriale, il saldo fra blu collars, white collars-clerks (in diminuzione) e white collars-knowledge worker (in aumento) potrebbe essere di un -30% complessivo. E nel rapporto del World Economic Forum del 2016 si legge che il 65% dei bambini che oggi frequentano la scuola primaria svolgerà nella propria vita un lavoro che ancora non esiste.
Insomma, grandi trasformazioni ci attendono.
(continua...)

©Agenzia Umbria Ricerche

 

 
 
Umbria 2024
Giuseppe Coco
La clessidra orizzontale
Giuseppe Coco
Competenze tecniche e qualità umanistiche, chiavi di accesso al lavoro del futuro
Elisabetta Tondini
Volti dell'Umbria
Giuseppe Coco
Verde e francescana: le fondamenta di una narrazione
Giuseppe Coco
La cultura come motore di sviluppo
Mauro Casavecchia
Connessioni economiche: fotogrammi
Elisabetta Tondini
L'importanza dell'immagine nell'economia contemporanea
Elisabetta Tondini
Economia e luoghi
Elisabetta Tondini
Investire in cultura per conservare il futuro
Mauro Casavecchia
Il patrimonio culturale come fattore identitario
Mauro Casavecchia
L'identità umbra e la grande bellezza
Mauro Casavecchia
Le certezze e i nuovi universi della narrazione umbra
Giuseppe Coco
Il futuro delle regioni tra metamorfosi e identità
Giuseppe Coco
Cuore verde e Grande bellezza: le vocazioni territoriali dell'Italia mediana
Mauro Casavecchia
Isolamento e qualità dell'Umbria: due interviste a Raffaele Rossi
Giuseppe Coco