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Mauro Casavecchia
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Quelle imprese che non crescono

 
Messo a dura prova dalla crisi e sempre più dominato dai servizi, il sistema produttivo umbro si contrae, stenta a superare la frammentazione e non riesce ad imboccare la via della crescita dimensionale. È questo il quadro di sintesi che sembra emergere dall’analisi dei primi dati dal censimento permanente delle imprese recentemente pubblicati da Istat.
 
L’indagine, rivolta alle imprese operanti nell’industria, nel commercio e nei servizi con almeno 3 addetti in organico e riferita al 2018, ha censito 16.615 unità presenti in Umbria, l’1,6% sul totale nazionale (tabella 1). L’articolazione settoriale mette in evidenza la prosecuzione della tendenza alla terziarizzazione dell’economia: oggi le imprese operanti nei servizi rappresentano in Umbria il 69% del totale, mentre nel 2011 (anno del censimento precedente) pesavano per il 63,8%. Tuttavia l’industria (18,6%) e le costruzioni (11,8%), pur ridimensionati nel numero di unità attive, in termini di incidenza sul totale conservano una rilevanza superiore al dato nazionale (18,2% e 10,7% rispettivamente).
Dal punto di vista dimensionale, il sistema produttivo regionale riafferma la vasta prevalenza delle microimprese fino a 9 addetti (81,6%, mentre la media italiana arriva al 79,5%) e una più contenuta presenza di piccole imprese tra i 10 e i 49 addetti (16,6% contro 18,1%). Il restante 1,7% (2,3% in Italia) è costituito da imprese di dimensioni medie (50-249 addetti) e grandi (250 e oltre).

Tabella 1 - Imprese per classi di addetti e macrosettori di attività in Umbria (v.a. e % nel 2018 e 2011)
In attesa dei dati regionali relativi agli addetti, una prima considerazione che si può fare basandoci sul numero delle unità produttive è che le grandi difficoltà che l’Umbria si è trovata ad affrontare in questa fase, certificate dal sofferto andamento degli indicatori economici fondamentali, trovano riscontro anche nei parametri riguardanti il tessuto imprenditoriale.
Rispetto al 2011, l’Umbria ha perso complessivamente oltre 1.500 imprese attive, registrando un decremento pari all’8,5%, il più accentuato tra tutte le regioni (grafico 1). I maggiori cali in termini assoluti si sono avuti nelle costruzioni (oltre 800 imprese in meno), nell’industria (-542) e nel commercio (-363), mentre gli altri servizi, in controtendenza, sono cresciuti di 300 unità.
Nonostante la flessione numerica, la regione conserva una elevata densità imprenditoriale (19 imprese ogni mille residenti), superiore alla media nazionale (17) anche se più bassa di Toscana e Marche (22).

 
Grafico 1 - Evoluzione del numero di imprese per regione (var. % 2018 rispetto a 2011)
È vero che la riduzione del numero di imprese attive in un territorio può presentare anche taluni aspetti positivi, nel caso in cui l’espulsione dal mercato di quelle più deboli favorisca la riallocazione delle risorse verso le più efficienti oppure quando si verifichino processi di integrazione, per esempio attraverso fusioni o incorporazioni, determinando così effetti positivi per il miglioramento della competitività e dell’efficienza produttiva. Ma non sembra questo il caso dell’Umbria, la cui produttività stagnante induce a leggere il dato come l’ennesima preoccupante spia di una tendenza alla contrazione della capacità produttiva, dei posti di lavoro e dunque, in ultima analisi, dell’impegno collettivo nella generazione di valore aggiunto.
Le dinamiche dimensionali mostrano poi un ulteriore segno di fragilità: la maggiore frammentazione del tessuto produttivo regionale rispetto al resto d’Italia, già evidente nel più rilevante peso delle microimprese a scapito delle altre classi dimensionali, si è ulteriormente acuita negli ultimi anni.
Il calo del numero di imprese ha riguardato in Umbria tutte le classi ma ha colpito con più intensità al crescere delle dimensioni, a partire dal -8% delle microimprese, passando per diminuzioni superiori al 10% tra quelle di dimensioni piccole e medie, fino al -18,5% registrato presso le grandi imprese (grafico 2). Proprio tra queste ultime, non passa certo inosservato il vuoto lasciato dalle 10 unità produttive che oggi mancano all’appello rispetto alle 54 censite nel 2011.
L’involuzione dimensionale umbra risulta ancor più penalizzante se rapportata alla dinamica nazionale, che invece mostra una ricomposizione del sistema produttivo nella direzione opposta, vale a dire verso un aumento della dimensione media, con un contenuto calo del numero di microimprese e aumenti via via più consistenti nelle classi successive.

Grafico 2 - Evoluzione della struttura dimensionale delle imprese (var. % 2018 rispetto a 2011)
 
Questi dati offrono l’occasione per fare il punto sulle trasformazioni subite dal sistema imprenditoriale in questo difficile decennio. Fatto salvo il ristretto gruppo delle aziende trainanti e di successo – che pure esistono e in alcuni casi ne sono uscite rafforzate – il quadro d’insieme ritrae un apparato produttivo piuttosto in affanno e ancora in mezzo al guado: le imprese stringono i denti, provano a resistere ai contraccolpi della crisi alla ricerca di un adattamento evolutivo, ma nel complesso non si dimostrano avviate verso quell’irrobustimento strutturale ritenuto ormai indispensabile per gestire i percorsi di innovazione e di internazionalizzazione e per competere adeguatamente in un mercato globalizzato. Evidentemente i tentativi di contrastare il nanismo dimensionale incentivando le aggregazioni tra imprese non hanno sin qui prodotto i risultati sperati e il sistema sembra soffrire di un ritardo di crescita che – in assenza di una inversione di tendenza – rischia di assumere contorni ancor più patologici.
Un aspetto da tenere ben presente per orientare al meglio le risorse europee finalizzate a sostenere la crescita e lo sviluppo, sia quelle residue dell’attuale programmazione sia, in prospettiva, quelle del nuovo ciclo 2021-2027 in fase di definizione.

 

©Agenzia Umbria Ricerche
2
marzo 2020

 
 
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